Brianna Carafa
a cura di Laura Pergola
Brianna Carafa (1924-1978) è stata una scrittrice e psicoanalista italiana.
«Di tanto in tanto provavo a ingannarmi: forse non era veramente successo niente. Un appuntamento dimenticato, una voce un po' distante per la presenza di estranei. Allora di nuovo, come in una pellicola girata alla rovescia, le immagini uscivano dal pozzo, la realtà si ricomponeva nella sua probabile successione di eventi, stabile e intatta. Ma sapevo che non era vero. Lo sapevo al di là di ogni consolazione, sapevo che certe catastrofi si preparano da sempre, in dall'inizio, come la morte nel momento della nascita».
B. Carafa, La vita involontaria
Vita e formazione
Brianna Carafa nasce nel giugno del 1924 a Roma, in una famiglia nobile e di grande cultura. Suo padre era il duca napoletano Antonio Carafa d’Andria, che aveva tradotto Goethe dal tedesco per Sansoni. Nella sua attività di traduttore, Antonio seguiva le orme della madre Enrichetta Capecelatro Carafa d’Andria, prolifica traduttrice, oltre che poeta e scrittrice. Già autrice di poesia e prosa in italiano e in francese (racconti e memorie), Enrichetta Capecelatro Carafa d’Andria si era dedicata allo studio della lingua russa in tarda età e aveva tradotto, tra gli altri, diverse opere di Tolstoj per Slavia, Sansoni e Utet. Di non minore interesse il lato materno della famiglia: la madre di Brianna, Fiammetta Soderini, apparteneva all’aristocrazia romana, essendo figlia del parlamentare conte Edoardo Soderini e della contessa polacca Marianne Frankenstein Soderini, filantropa eccentrica e femminista e autrice di un testo in favore del suffragio femminile, Il voto politico alla donna, pubblicato nel 1906 su «La Rassegna Nazionale». Quando nel 1930 Fiammetta Soderini muore tragicamente in un incidente aereo sul golfo di Napoli, Carafa, che fino a quel momento aveva vissuto a Napoli, viene affidata alla nonna Marianne. A lei sarà dedicato il racconto postumo Ritratto di Straniera, che descrive la donna nella sua vecchiaia, testardamente impegnata nel suo progetto di mettere fine alla povertà nel mondo.
A Roma, Carafa studia architettura e in un secondo momento si avvicina alla psicoanalisi tramite Claudio Modigliani, per poi diventare psicoanalista. All’inizio degli anni Cinquanta si lega sentimentalmente a Mario Trevi, che per un periodo occuperà uno degli alloggi di Marianne. Anche insieme al fotografo Paolo di Paolo, Carafa e Trevi fonderanno nel 1953 «Montaggio», rivista sperimentale di poesia e fotografia attiva fino al 1955, diretta da Carafa. La natura transmediale della rivista mostra una sicura inclinazione per le arti visive da parte della scrittrice, che nel 1956 presenterà una mostra dedicata al Disegno fantastico nell’infanzia e che si dedicava volentieri al disegno, come attestano alcune riproduzioni oggi visibili nel volume postumo Gli angeli personali (2023).
Dopo l’esordio come romanziera nella maturità, Carafa, che ha cinquantuno anni quando esce La vita involontaria (1975), si dedica subito alla stesura di un nuovo romanzo, Il ponte nel deserto, che viene pubblicato subito dopo la morte prematura nel 1978.
Attività letteraria
Carafa inizia la sua attività di scrittrice come poeta, pubblicando inizialmente alcuni suoi versi su «Montaggio» nel 1953, per poi dedicarsi a una raccolta di Poesie, edita da Carucci nel 1957, che consta di ventuno componimenti brevi senza titolo, in versi liberi e in parte già comparsi sulla rivista. Parallelamente, Carafa comincia a dedicarsi alla scrittura di racconti, che tra gli anni Cinquanta e Settanta escono su diversi periodici. Già nel 1957, compaiono su «Botteghe oscure» due racconti brevi, ma già abbastanza rappresentativi dell’opera della scrittrice: La porta di carta racconta di un uomo in grado di esercitare uno strano potere sulla protagonista e i suoi amici e convincerli a versargli delle somme di denaro; Il sordo che dà il titolo al secondo racconto è invece un amico della narratrice, la cui sordità viene messa in dubbio, eppure mai sconfessata del tutto, rimanendo irrisolta.
Negli anni Sessanta e Settanta, pubblica dei racconti su «Paragone letteratura»; in Il giardino perduto (1966) la voce narrante è quella di una bambina che vive la gelosia per la nuova compagna del padre, ma sembra la sola a restare sconvolta quando questa si suicida. Ne La governante (1971), quando una giovane tedesca viene incaricata di occuparsi della giovane narratrice, il rapporto di cura si trasforma presto in una lotta per la sopraffazione. Nel 1972 esce Altrove, storia di un uomo diviso tra le proprie nevrosi e piccole paure e il desiderio di partire per l’ignoto, raccontata dal punto di vista di un’amica.
È solo nel 1975, però, che Carafa pubblica il suo primo romanzo, La vita involontaria, in una sede prestigiosa: i Narratori Einaudi, una collana in cui confluivano i Supercoralli e i Coralli. La vita involontaria è un breve romanzo di formazione ambientato in una fittizia Mitteleuropa (le città di Oblenz e Vallona), che racconta la storia di Paolo Pintus, un giovane orfano la cui caratteristica principale è la passività. Sottostando di volta in volta alla volontà di chi lo circonda, Paolo sembra smarrire la propria identità, fino a ritrovarla con un doppio esercizio della psicoanalisi: come paziente e come analista. Alla fine del romanzo, Paolo potrà finalmente varcare la soglia dei Tetti Rossi, il manicomio di Oblenz, non, come aveva sempre più o meno consciamente temuto, come internato, ma come psicoanalista. Il racconto l’Autobus, del 1976, parla di Lino, un giovane instabile e paranoico che fatica a recarsi a un colloquio di lavoro dall’altra parte della città.
Nel 1978, subito dopo la morte dell’autrice, viene pubblicato Il ponte nel deserto nei «Nuovi Coralli». Questo secondo romanzo racconta la storia di Bobi Berla, un personaggio di cui ancora una volta si osserva la crescita, ma solo per la prima parte del romanzo, mentre la seconda è dedicata al processo cui il protagonista viene sottoposto per aver collaborato con il narcotrafficante John Wind, laddove lui era convinto di essere stato assunto come ingegnere per costruire un ponte nel deserto. Ad aprile dello stesso anno, su «Paragone» compare Ritratto di straniera, seguito da un ricordo di Giulio Cattaneo Per Brianna Carafa.
Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
La rimozione di Carafa per quasi cinquant’anni dal panorama letterario italiano non deve far pensare che la scrittrice fosse lontana dai circuiti culturali del suo tempo: ci sono invece moltissime tracce di una sua vivace partecipazione nell’ambiente culturale romano, dove presumibilmente si trovò inserita fin da subito anche per via del contesto familiare aristocratico in cui cresce. È a casa della scrittrice, per esempio, che nel 1945 Ottiero Ottieri conosce la futura moglie Silvana Mauri, la sera del referendum in una serata cui erano invitati vari amici d’infanzia di Carafa (Francesco e Alfonso Caracciolo, Lucia Biocca, Roberto Cantini, nipote dei Mondadori, Vincenzo Loriga e Ottieri). È poi ipotizzabile che Carafa abbia conosciuto Pier Paolo Pasolini il quale, al momento del trasferimento a Roma insieme alla madre in condizioni di difficoltà estrema, viene esortato da una lettera di Mauri datata 2 febbraio 1950 a recarsi nella casa Carafa in cerca di un non meglio specificato aiuto. Nel corso degli anni Cinquanta fa parte della compagnia di intellettuali che si riunisce nella casa di Angelo Maria Ripellino in Via Tommaso Salvini: i già citati Trevi e Di Paolo, ma anche Vincenzo Loriga, Giacoma Limentani, Gianfranco Maselli, Mario Brelich, Roberto Bazlen, e i pittori formalisti Perilli, Dorazio, Rotella, Vedova, Sterpini. Tra le frequentazioni di vecchia data di Carafa spicca inoltre quella con Roberto Longhi, dimostrata non solo dai numerosi racconti comparsi su «Paragone», ma anche da una copia dattiloscritta della vita involontaria recante una dedica «A Roberto, mio amico di infanzia», custodita nell’archivio del critico.
Per casa Carafa non passano solamente ospiti italiani, anzi, è soprattutto il via vai di intellettuali stranieri e le loro diverse aree di competenza a colpire. Tra il 1955 e il 1960, il filologo Károly Kerényi si reca più volte in visita dalla scrittrice, che aveva fatto pubblicare su «Montaggio» un estratto in italiano del diario di viaggio Unwillkürlichen Kunstreisen. Così la ricorda un suo amico, l’attore e scrittore Eugene Walter, collaboratore di «Botteghe Oscure», in un passaggio di Milking the moon: A Southerner’s Story of Life on This Planetche, che sembra descrivere abbastanza accuratamente una serata tipo nel salotto di Carafa alla fine degli anni Cinquanta:
«Then the Friday night was at Princess Brianna Carafa’s. She didn’t have a piano, so she had to buy one for the party. I mean, you need a new mop for the kitchen, get a mop. Need a piano for the salon, get a piano. That’s just the way she thinks; she’s a princess. She bought a Beckstein grand and had it hauled up to that top-floor apartment. The reason was that Wanani, the Afro-Cuban singer, was going to sing French and Caribbean songs. And Aldo Bellasich, a blond south Italian who was a concert pianist, had found in the British Museum some Albinoni sonatas that had not been played since they were written. And Jeannette Pecorello, a soprano from an Italian family long in Boston, was going to sing. So there were three sections to this musical program. Each musician had three numbers. It wasn’t to take up the whole evening. Three unpublished sonatas, three arias, and then Wanani sang “Babalu.” And that’s when we had the prince of Lampedusa. I had heard that he was going to be visiting Rome, so he was invited to the party. Oh, he was a cutie. He was just a great old gentleman, and he was very deaf. And the conversation between Isak Dinesen and Lampedusa on this sofa—I wish I’d recorded it. It was like a rare monkey and a wild wolf, speaking languages that neither one understood. But each realized who the other was, so they were being charming in unknown tongues. Oh, it was just a wonderful party».
Poetica e pensiero
Anche se l’opera di Carafa presenta, come vedremo, una discontinuità evidente dopo il romanzo d’esordio, non bisogna tuttavia sottovalutare la coerenza di fondo nella sua scrittura, che rivela anche un certo grado di consapevolezza. Già nelle poesie ricorrono alcuni elementi stilistici e tematici che saranno fondamentali nella produzione successiva: l’uso di una prima persona dialogante con un altro difficile da raggiungere (come in Non appena mi muovo) e la ricerca della propria identità (ad esempio in Non per volontà si compie).
A partire dai primissimi racconti, diventano evidenti anche i temi principali della produzione in prosa della scrittrice: la giovinezza come età di formazione ma anche di scioglimento dell’identità, che nei racconti si traduce nell’uso di narratrici bambine o adolescenti (Il giardino perduto; La governante; Ritratto di straniera; Elodia), ma che sarà soprattutto il tema centrale della vita involontaria e occuperà la prima parte del Ponte nel deserto. In un’intervista rilasciata a Lella Marzoli nel 1976, Carafa spiegherà di aver voluto raccontare «il tentativo del giovane che cerca di capire, ma poi si scontra con la continua menzogna, la mistificazione, l’abuso, finché persino lui cade nel gioco». Secondo Carafa, l’adolescenza sarebbe una dimensione privilegiata per comprendere la complessità delle umane relazioni in quanto «[l]’adolescente […] va incontro a continue delusioni, è soggetto a continue frustrazioni, a continui rovesciamenti di realtà. La sua fiducia viene bombardata dalla falsità, dagli interessi che lo sovrastano. È questa l’esperienza di ciascuno di noi, non solo del giovane».
Un’altra caratteristica distintiva dei romanzi di Carafa è la conoscenza psicopatologica dell’autrice, che influenza grandemente il contenuto e lo stile della sua prosa. Ovviamente la psicoanalisi, sia come strumento di esplorazione del sé, sia come professione, è l’altro tema fondamentale de La vita involontaria. La disgregazione e la ricomposizione della psiche di Paolo Pintus è uno dei motivi centrali del romanzo, e viene descritto accuratamente dal protagonista-narratore, assumendo in alcuni casi delle note perturbanti. Di fronte a questa difficoltà la psicoanalisi si presenta come antidoto ma anche come potenziale pericolo, visto che Pintus comincia la professione per imporsi finalmente sull’altro, prima di comprendere i rischi che comporta l’abuso di potere.
Anche se nessuno dei testi di Carafa prende mai veramente la via del fantastico, tutti si collocano in una zona liminale di realismo dove la rete delle relazioni tra i personaggi, il punto di vista obliquo della voce narrante, le situazioni narrate contribuiscono a provocare un senso di straniamento. Sia nei racconti sia nel romanzo d’esordio la prima persona risulta quindi funzionale a mantenere un’ambiguità rispetto alla veridicità di ciò che si racconta, a maggior ragione in quanto a parlare sono bambini o personaggi mentalmente instabili. Ma gli insegnamenti che Carafa trae dal suo lavoro di psicoanalista sono numerosi, e difatti nei suoi racconti sono presenti elementi quali scissione dell’io, sdoppiamenti, psicosi e complesso edipico (La vita involontaria; Il ponte nel deserto), complesso di Elettra (Il giardino perduto); figurazioni del perturbante e diversi gradi di paranoia e sentimenti persecutori poi si trovano più o meno in tutti i testi, a eccezione di Ritratto di straniera.La vita involontaria aveva colpito positivamente anche per un certo anacronismo, trattandosi di un’opera ambientata in una Mitteleuropa fittizia e dall’aria primonovecentesca e che, al netto degli stati alterati di Pintus, adottava una lingua piana e un impianto abbastanza classico, che lo distingueva dai romanzi degli anni Settanta, sempre inclini allo sperimentalismo. Ma, inaspettatamente, Carafa decide di prendere una strada diversa, visibile già in Autobus, un racconto che sembra in qualche maniera una prova generale per Il ponte nel deserto. Entrambi i testi sono infatti scritti alla terza persona e in entrambi il protagonista appare fin da subito delirante. C’è però una differenza: Paolo Pintus, nonostante la sua fragilità emotiva e psichica, comincia il romanzo in uno stato di relativo benessere psichico e, superato un momento di instabilità mentale, potrebbe dirsi reinserito nella società (sebbene il finale presenti delle ambiguità). Al contrario, sia Lino, il protagonista dell’Autobus, sia Bobi Berla del Ponte nel deserto sono personaggi completamente deliranti e incapaci di partecipare normalmente alla vita collettiva e adattarsi all’ambiente che abitano: è forse per riflettere l’alienazione che caratterizza i due personaggi principali che Carafa passa per la prima volta alla terza persona. La scelta di protagonisti del tutto squilibrati influenza in modo decisivo l’andamento della trama, colpita da diversi gradi di frammentazione, che nel Ponte si esplica in ellissi molto ampie, le quali finiscono per omettere anche l’episodio messicano che dà il titolo al romanzo, e che viene solo alluso, diventando impossibile da verificare. Qui, la lingua piana e chiara degli esordi cede il passo a uno stile decisamente più ricercato, ricco di assonanze e con un certo gusto per il gioco di parole, finalizzato a rispecchiare la follia del protagonista. Si tratta di un passaggio talmente netto che a Calvino parrà di avere a che fare con due scrittrici diverse: è indubbio che, a partire dal ’76, si apriva quindi una nuova fase nel lavoro dell’autrice, brutalmente interrotta dalla prematura scomparsa.
Critica e ricezione
È difficile indovinare quale possa essere stato il riscontro delle Poesie del ’57, così come dei primi racconti di Carafa, ma uno sguardo alla stampa del 1975 mostra che con La vita involontaria Carafa si impone allora al pubblico italiano come scrittrice nuovissima e di pregio.
Già in fase di pubblicazione, il romanzo incontra molti sostenitori, primo fra tutti Italo Calvino, il cui parere editoriale viene riportato sulla quarta di copertina. Secondo Calvino, ne La vita involontaria «tutto si dimostra calcolato per un vero sviluppo narrativo condotto con bravura nelle successive scoperte del protagonista, cui assistiamo di capitolo in capitolo con un “crescendo” in tutti i sensi. È un libro di qualità: qualità narrative perché certo “succede qualcosa” e qualità di scrittura, così chiara e ferma». Nel mese di maggio il romanzo sale alla ribalta quando entra nella cinquina del Premio Strega di quell’anno, che verrà poi vinto da Landolfi con A caso. Si tratta comunque di un ottimo risultato per un’esordiente, che presumibilmente incoraggia Carafa a mettersi subito a lavorare a una seconda opera.
Malgrado l’entusiasmo iniziale e l’impegno dell’autrice, la prima stesura de Il ponte nel deserto, che è già pronta nell’autunno del 1976, fatica a farsi apprezzare dagli einaudiani. Carafa è consapevole dell’ambiziosità del nuovo progetto, che anche nella sua forma definitiva si presenta come un romanzo sperimentale, decisamente diverso dalla Vita involontaria, eppure rimane ferma nel suo intento di provare qualcosa di diverso. Dopo un lungo lavoro di rimaneggiamento, del Ponte nel deserto Carafa riuscirà a vedere appena le bozze: la sua morte, sopraggiunta subito prima dell’uscita del romanzo, ne influenza inevitabilmente anche l’immediata ricezione, come dimostrano recensioni come quella di Ernesto Ferrero, che era stato coinvolto nella pubblicazione o quella di Antonio Porta, che già lamentava «la rimozione quasi totale di cui è stata vittima in vita […] nonostante la sua prima opera La vita involontaria, sia tra quelle destinate a crescere nel tempo e a sorprendere sempre nuovi lettori». Nonostante questo augurio, la storia della ricezione di Carafa potrebbe concludersi così, se non fosse per un caso fortuito: da una bancarella dell’usato, il libro finisce sulle scrivanie di Cliquot, una casa editrice indipendente dedicata «al recupero dei classici mancati» e così nel 2020, a più di quarant’anni dalla scomparsa, il nome di Brianna Carafa ritorna sugli scaffali delle librerie, e tra le pagine delle riviste. Da quel momento, il libro viene recensito positivamente e il lavoro di Carafa diventa anche oggetto di pubblicazioni scientifiche.
La buona accoglienza della Vita involontaria spinge Cliquot a pubblicare l’antologia di racconti Gli angeli personali: un titolo rinvenuto tra le carte dell’autrice e che raccoglie tutti i racconti usciti su «Botteghe oscure» e «Paragone», oltre all’inedito Elodia, ricordo di una compagna di scuola. Nel 2023 viene pubblicata la nuova edizione del Ponte nel deserto, mentre nel 2025, in occasione dei dieci anni della casa editrice, vede la luce in un’edizione celebrativa l’inedito Dieci giorni sottoterra,un racconto del 1952 che racconta l’esperienza di un gruppo di sconosciuti in un rifugio antiaereo.
Opere e edizioni
Poesie, «Montaggio», I, n. 1, 1953, pp. 25-29.
Invito ad una poesia imprevedibile, «Montaggio», II, n. 2, 1954, pp. 3-10.
Poesie, «Montaggio», II, n. 3/4, 1954, pp. 12-15.
La porta di carta e Il sordo, «Botteghe Oscure», X, n. XIX, 1957, pp. 549-557.
Poesie, Roma, Carucci, 1957.
Il Giardino perduto, «Paragone Letteratura», XVII, n 198/18, 1966, pp. 84-97.
La governante, «Paragone Letteratura», XXII, n. 256, 1971, pp. 74-104.
Altrove, «Paragone Letteratura», XXIII, n. 274, 1972, pp. 18-35.
L’autobus, «Paragone Letteratura», XXVII, n. 312, 1976, pp. 3-34.
Ritratto di straniera, «Paragone Letteratura», XXIX, n. 338, 1978, pp. 3-34.
La vita involontaria, Torino, Einaudi, 1975.
Il ponte nel deserto, Torino, Einaudi, 1978.
La vita involontaria, Roma, Cliquot, 2020.
Gli angeli personali, Roma, Cliquot, 2021.
Il ponte nel deserto (1978), Roma, Cliquot, 2023.
Dieci giorni sottoterra, Roma, Cliquot, 2025.
Bibliografia
Casadei Alberto, Il bravo psicanalista uccide il passato perché non gli rovini il presente, «Tuttolibri», 9 luglio 2020.
Debenedetti Antonio, Al filo di partenza, «Corriere letterario», 18 maggio 1975.
Debenedetti Antonio, Strega, Campiello e Viareggio. Finalisti e favoriti. Premi-oroscopo, «Corriere della Sera», 22 giugno 1975, p. 12.
Ferrero Ernesto, Brianna Carafa, il fascino dell’oscuro, «La Stampa», 1 aprile 1978.
Gaspari Ilaria, La vita involontaria di Brianna Carafa, ovvero dei libri che emergono dall’oblio di una bancarella, «Limina», 28 luglio 2020.
Marzoli Lella, Tra psicoanalisi e narrativa. Incontro con la scrittrice Brianna Carafa, «L’Unità», 4 settembre 1976, p. 3.
Moretti Ilaria, La vita involontaria de Brianna Carafa: pour une rhétorique de la crise, «Interstudia», 2020.
Moretti Ilaria, Sintomatologia dell’esistenza: metafore e allegorie della fine ne Il ponte nel deserto di Brianna Carafa, «PRISMI: Revue d’études italiennes», 2022, n. 3, pp.93-113.
Ombres Rossana, I romanzi della Ortese e della Carafa. Adolescenze prigioniere, «La Stampa», 10 ottobre 1975, p. 12.
Pergola Laura, Forme della coazione a ripetere nel romanzo italiano degli anni Settanta, «Allegoria», n. 91, 2025.
Pini Chiara, Brianna Carafa, «Enciclopedia delle donne», 2024.
Pini Chiara, Le poesie di Brianna Carafa: dalla prima pubblicazione in «Montaggio» (1953) all’edizione di Carucci (1957), «Kepos-Semestrale di Letteratura Italiana», n. 1, 2022.
Porta Antonio, Esiste solo in sogno «il ponte nel deserto», in «Corriere della sera», 14 maggio 1978, p. 10.
Sironi Roberta, Delle vite involontarie. Sugli scritti di Brianna Carafa, «Nuova Prosa», 65, 2015, p. 233-245.
Sironi Roberta, Follia della parola, «Doppiozero», 12 ottobre 2020.
Toscano Anna, Brianna Carafa o della qualità narrativa, «Minima et moralia», 2 settembre 2020.
Walter Eugene, Milking the moon: a Southerner’s story of life on this planet, New York, Crown Publishers, 2001.


