Camilla Cederna
a cura di Lorenzo Caviglia
Camilla Cederna (1911 – 1997) è stata una giornalista e scrittrice italiana.
«Di regole ne avevo una sola, quella classica della gente bene educata e di buona conversazione: parlare con gravità delle cose frivole, con leggerezza delle cose gravi».
C. Cederna, Il lato debole. Diario italiano 1956-1962
Vita e formazione
Camilla Cederna nasce a Milano il 21 gennaio 1911, terzogenita di Giulio Cederna (1876-1940) ed Ersilia Gabba (1883-1972). La famiglia, di agiate condizioni economiche, appartiene alla borghesia lombarda di stampo illuminista: un ambiente che le trasmette il senso del civismo, l’idea della partecipazione e l’esercizio dei diritti sociali come fondamento regolativo dell’esistere. Il padre, laureato in chimica industriale, lavora nel cotonificio di famiglia. Sul piano politico, non è certo antifascista. Si avvicina al Partito Nazionale Fascista affascinato dalla retorica nazionalista di Mussolini. Il destino lo risparmia dalle peggiori brutalità e violenze del regime: dopo un’operazione al polmone, muore per un tumore nel 1940. Una vita lunga e serena accompagna la madre: cattolica rigorosa, diplomata in francese all’Accademia scientifico-letteraria e tra le prime donne in Italia a laurearsi, è una figura autorevole nell’ambiente letterario milanese e mantiene nel tempo una propria dimensione sociale e intellettuale, senza farsi sopraffare dai doveri familiari.
Le letture occupano presto i pomeriggi di Camilla: legge i romanzi di D’Annunzio, Vivanti, London e Dickens, Defoe, Balzac, James e le scrittrici dell’Ottocento inglese. Dopo le elementari alla Scuola di via della Spiga, frequenta il ginnasio e successivamente il liceo Parini di Milano. Il 29 ottobre 1933 si laurea in Lettere e Filosofia all’Università Statale con Luigi Castiglioni; discute una tesi dal titolo Il lusso femminile dalla filosofia popolare greca ai Padri della Chiesa, concentrando il suo studio su Marziale, Giovenale e il De cultu foeminarum di Tertulliano. La tesi ottiene un punteggio di 105/110.
Esordisce nel giornalismo il 18 febbraio 1939 sul quotidiano milanese «L’Ambrosiano», testata con cui collabora fino al 20 marzo 1940. Il 15 aprile dello stesso anno passa a «Il Secolo-La Sera», sul quale scrive per i successivi tre anni. È un periodo difficile per cominciare: il regime pretende il sostegno di tutta la stampa e alla giovane cronista non viene lasciata alcuna possibilità di vivere con coerenza le proprie idee; come molti intellettuali, è costretta ad assumere una posizione neutrale, distante dall’autenticità che mostrerà nei decenni successivi. Il 7 settembre 1943 pubblica su Il Pomeriggio del «Corriere della Sera» La moda nera, un ritratto ironico dell’uniforme femminile fascista. Per questo articolo, pochi mesi più tardi, il 7 aprile 1944, viene arrestata in Valtellina, trasferita a Sondrio e incarcerata; si ammala di tifo e ottiene la libertà su cauzione. Finita la guerra, Cederna viene scagionata da tutte le accuse ed è subito impiegata dagli Alleati per la censura delle pubblicazioni di contenuto fascista. Chiamata da Gaetano Afeltra a collaborare al «Nuovo Corriere» diretto da Mario Borsa, scrive anche su «Il giornale lombardo», un tabloid alleato, senza direttore, con una tiratura di seicentomila copie e dirige, per breve tempo, «Il mondo dei ragazzi». Il 4 novembre 1945, esce il primo numero de «L’Europeo», diretto da Arrigo Benedetti. I primi articoli di Cederna sono firmati con il nom de plume Brigida Lecomte Bellini e raccontano di Parigi. Successivamente, Benedetti le affida la rubrica Società, con il compito di raccontare il lento ritorno alla vita mondana, dopo i lunghi anni di guerra. Così, per movimentare un po’ le cronache, Cederna inventa una nuova protagonista delle cronache milanesi: la contessa Raoul Pellettier de Belminy.
Attività letteraria
Cederna resta dieci anni a «L’Europeo», trovandosi a suo agio in un giornale sensibile al costume e alla cronaca, che si afferma per le gustose rivelazioni, le brillanti inchieste, il taglio schiettamente laico e democratico e il linguaggio privo di fronzoli. Scrive ritratti e reportage, passa da Parigi a Il Cairo, racconta figure magnetiche come Eva Perón e Maria Callas senza indulgere al pettegolezzo né irrigidirsi nel profilo edificante e, quando serve, entra anche nei luoghi dell’emergenza (alluvione del Polesine, 1951). Nel 1948 avvia anche una collaborazione con «Settimo Giorno», curando la rubrica epistolare Scrivete a Leonora.
Nel 1953 Benedetti lascia «L’Europeo»; richiamata dal suo direttore, Cederna inizia a collaborare in gran segreto con «L’Espresso» nel 1955 (ufficialmente è ancora sotto contratto con «L’Europeo») con la rubrica anonima Il pollice verde e contemporaneamente inizia a scrivere articoli di varietà, costume e attualità con lo pseudonimo “Sofia e Carolina”. Lasciato «L’Europeo», il 9 settembre 1956 pubblica su «L’Espresso» il suo primo articolo, Il carnevale della virtù; decisa a rimanere a Milano, da lì a poco esordisce anche con la rubrica La Milanese, un diario settimanale di life style registrato nel capoluogo lombardo. Nel 1957 la rubrica cambia titolo: nasce Il lato debole, la storica sezione del giornale che resterà in pagina fino al 1976, accompagnata dai disegni di Bruna Mateldi Moretti (Brunetta). Qui Cederna osserva e classifica i linguaggi della borghesia, i tic, le formalità, le parole consumate, con un dispositivo sobrio e severo: scene brevi, dialoghi restituiti senza vezzi, nomi quando necessario. In parallelo escono i volumi che raccolgono e rilanciano il lavoro sul costume: Noi siamo le signore (1958), La voce dei padroni (1962), Fellini 8 ½ (1963), Signori & Signore (1966), Le pervestite e Maria Callas (1968). Non è un canone “leggero”: è il modo in cui il costume, trattato con serietà, diventa cronaca del potere, e in cui il potere, guardato da vicino, si legge anche nei dettagli minimi.
Alla fine degli anni Sessanta la cronaca impone un cambio di passo. Il 12 dicembre 1969 Cederna è tra i primi sul luogo della strage di Piazza Fontana; segue i funerali del 15 dicembre e, poche ore dopo, la caduta dalla finestra della Questura di Giuseppe Pinelli. Entra ed esce da tribunali, corridoi e uffici; la scrittura si fa più asciutta, la verifica più puntuale. Nel 1971 pubblica Pinelli. Una finestra sulla strage, che tiene insieme testimonianze, documenti, ricostruzioni di fonte. Tra 1972 e 1975 attraversa una stagione di forte esposizione pubblica – posizioni vicine agli anarchici, polemiche, processi – e dà alle stampe Sparare a vista. Come la polizia del regime DC mantiene l’ordine pubblico (1975), un atto d’accusa costruito su casi, nomi, fatti. Nel 1976 Il lato debole si interrompe: non è più il tempo del sorriso diagnostico, si impone quello della denuncia.
Il 1978 è l’anno di Giovanni Leone. La carriera di un presidente, pamphlet nato da inchieste apparse su «L’Espresso» e presto al centro del dibattito nazionale. Seguono processi: Cederna è prosciolta in due gradi e condannata a una ingente pena pecuniaria nell’ultimo, intentato dai figli dell’ex Presidente. La vicenda segna gli anni successivi, che vedono anche uscite di riordino e di sintesi: Il mondo di Camilla (1980, con Grazia Cherchi), Nostra Italia del miracolo (1980), Casa nostra (1983), Vicino e distante (1984), De gustibus (1986), Il meglio di C.C. (1987). Non esiste ancora uno studio che elenchi con esattezza i giornali su cui ha scritto nell’ultimo periodo; qui si ricordano gli articoli usciti su «Gioia», «Grazia», «King», «Quattrozampe» e «Panorama», settimanale con il quale collabora stabilmente dalla fine degli anni Ottanta agli inizi degli anni Novanta.
Dopo Il lato forte e il lato debole (1992), Cederna si ritira progressivamente dalla scena pubblica, nella sua casa di via Brera, circondata dalle amorevoli cure delle nipoti e degli amici. Muore a Milano il 9 novembre 1997, per cause naturali. I funerali sono celebrati l’11 novembre presso la chiesa di San Simpliciano. Presenti, oltre ai familiari, tutti gli amici: da Mario Capanna a Umberto Eco, Silvana Ottieri, Inge Feltrinelli, Roberto Calasso, Leonardo Mondadori e molti editori milanesi. C’era anche Pietro Valpreda, rimasto sul sagrato, a sventolare una bandiera nera.
Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
La geografia professionale di Cederna è innanzitutto a Milano. Nella città che abita e racconta per tutta la vita si intrecciano salotti, teatri, caffè, tribunali e piazze: dapprima osservati attraverso il filtro del costume, poi attraversati con gli strumenti dell’inchiesta. Le sue radici sono nel gruppo e nell’esperienza de «L’Europeo» e «L’Espresso», due settimanali che, fra gli anni Cinquanta e Settanta, diventano il grande laboratorio del giornalismo italiano, dove si rinnova il linguaggio e si modernizza il rapporto fra stampa e società. Cederna non ama lavorare in redazione – troppo rumore: preferisce il salotto di via Brera, vero luogo di lavoro, dove riempie pagine di appunti e li ricopia con la sua Olivetti rossa.
Da via Brera passano molti protagonisti del Novecento: Arrigo Benedetti, Irene Brin, Eugenio Scalfari, Alfredo Todisco, Giancarlo Fusco, Dino Buzzati, Giorgio Bocca, Alberto Arbasino, Natalia Aspesi, Goffredo Fofi, Maria Pezzi, Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli; padre David Maria Turoldo e padre Camillo De Piaz. Nelle stagioni dell’inchiesta i legami diventano civili: con Corrado Stajano e Giampaolo Pansa condivide piazze e questure; con Licia Pinelli e Rachele Torri intreccia un rapporto fatto di rispetto e discrezione, che tiene insieme il dovere della cronaca e la cura delle persone. Anche quando il perimetro si allarga – i lunghi viaggi extracontinentali, i reportage italiani ed europei – l’asse resta milanese: qui si consolidano il metodo e il ritmo, qui tornano le storie per essere rimesse in ordine; qui Cederna misura la tenuta della sua lingua chiara, rapida, curata. In questo sistema di luoghi e relazioni sta una parte essenziale della sua identità: non l’eroismo solitario dell’inviata, ma la pazienza di chi tiene insieme relazioni, voci e affetti. È una pratica che spiega la continuità tra la cronaca del costume e l’inchiesta civile: la stessa cura della forma, gli stessi interessi, una diversa urgenza.
Poetica e pensiero
La poetica di Camilla Cederna si riassume in una formula che le è propria: parlare con gravità delle cose frivole e con leggerezza delle cose gravi. Non è un gioco di stile, ma un’etica della forma. In cinquant’anni di carriera ha raccontato le piccole e le grandi rivoluzioni della società italiana, nel cuore del Novecento, negli anni in cui essa mutava con una rapidità mai osservata prima, sconvolgendo storie pubbliche e vite private. Coniugando curiosità e responsabilità, è stata attenta osservatrice e viva partecipe di questa trasformazione.
Dalla Cina a Cascais, dal Vaticano alle borgate, dalla Russia alla Principessa Margaret, Cederna è sempre partita dal particolare per raccontare l’universale, con il suo tratto leggero e dirompente, tenendo insieme articoli di costume e reportage. Fino al 1968, quando la sua vita – come quella di Milano – subisce una svolta decisiva: scende in strada, diventa testimone degli eventi, cresce la sua passione civile. Proprio questa postura alimenta anche le polemiche scatenate dai suoi libri-pamphlet Pinelli. Una finestra sulla strage e Giovanni Leone. La carriera di un presidente: libri addossati a questioni ancora roventi (il primo esce mentre si istruisce il processo su Pinelli, il secondo mentre le notizie sull’affare Lockheed sono fresche e dibattutissime), nei quali l’inchiesta si alterna a schizzi d’atmosfera e ritratti, con un continuo calibrato di tensione drammatica e umorismo sulfureo. L’origine borghese e il passato di cronista mondana non diventano mai un ostacolo all’impegno civile: piuttosto, offrono strumenti per leggere gesti, linguaggi, rituali.
In questo senso, Cederna è un caso esemplare sia di trasversalità a vari settori della stampa sia degli ostacoli a cui tale trasversalità può andare incontro. Pur dedicandosi con impegno all’attualità, per lungo tempo – a causa del suo sesso, della provenienza alto-borghese e della fortuna de Il lato debole – viene ritenuta adatta solo alle pagine culturali e di costume; viene ostracizzata da una mentalità fallologocentrica di difficile estirpazione (non distante, per logiche, da quella che aveva ostinatamente ridimensionato la figura di Matilde Serao). Quasi nessuna delle critiche che i pezzi di Camilla Cederna si attireranno – da gerarchi fascisti, industriali, rivali sul lavoro, conservatori di varie specie – farà mai a meno di appuntarsi sul suo stato civile (nubile), e sul suo stato patrimoniale (di buona famiglia).
Nella sua scrittura si nota quindi l’esistenza di un preciso percorso, che con la maturità accentua il carattere politico, fino all’articolo sulla strage di Piazza Fontana. Quella dimensione di militanza, di presa di posizione – presente, in nuce, fin dagli esordi – dal 1969 diventa la ragione primaria della sua scrittura. Non tanto nel senso di un’esistenza schierata su posizioni riconoscibili, in precise aree ideologiche, quanto in un approccio partecipativo alle vicende che racconta: Cederna entra nelle vicende, mettendosi direttamente alla prova, quasi a viverle al posto del lettore, e consegnandogli la propria esperienza personale. È un patto a priori, la cui validità è sancita dal valore della testimonianza. Resta allora il nodo del “doppio letterario”: la scrittrice di costume, che pare non curarsi che delle brillanti stagioni della vita mondana, e la militante civile. Molto più di un patto di lettura o di un artificio retorico, si tratta di una postura che assume attraverso una complessa relazione tra sfera personale e agire pubblico. «Ecco, dunque, per quel che riguarda le donne, la loro più grande emancipazione attualmente in corso: l’insolente indipendenza da quanto desiderano gli uomini» scrive in un articolo del 1967; piacere non è più la parola d’ordine, l’attenzione si sposta sul desiderio di ciascuna di piacersi. Cederna allora sceglie di abitare questa complessa differenza, questo solco. In un mondo profondamente dominato da una narrazione maschilista del maschile, prova a costruire una narrazione del femminile, dando voce a personalità e modi di sentire. Rispettando la distanza fra l’essere uomo e l’essere donna, allestisce una galleria di ritratti femminili lunga mezzo secolo: alcuni attualissimi, altri anacronistici e quasi tutti caustici, ironici, talvolta perfidi. La sua visione – ambigua per i movimenti femministi, di rottura per gli ambienti conservatori – non cerca una dichiarazione programmatica di parità di genere, non pone il genere come fondamento unico dell’agire sociale e culturale. Anche il suo ruolo pionieristico di donna nel giornalismo non è mai espressamente rivendicato. Per quanto strano possa sembrare, Cederna non si è mai esplicitamente richiamata alla tradizione del femminismo, né ha mai approfondito la tematica dell’emancipazione femminile. È una donna che mette in discussione moltissimi pilastri della società patriarcale dell’epoca e, allo stesso tempo, non rivendica mai esplicitamente di aver condotto questa operazione.
Critica e ricezione
La consacrazione letteraria non è mai stata l’ossessione di Camilla Cederna. Durante la carriera, non ha mai costruito un personaggio, preferendo difendere la giornalista e la scrittrice. Ha chiesto di essere letta nella sua curva intera – periodi, temi, generi, linguaggi – invece che per etichette. Diversamente da Oriana Fallaci, il cui personaggio nasce quasi insieme alla reporter delle prime cronache romane, il “mito Cederna” matura lentamente, a partire dagli anni Sessanta, e in una porzione di pubblico non vastissima.
I suoi testi, però, intercettano – e in parte anticipano – temi cruciali, definendo una cifra personale: un modo di affrontare l’esistenza quasi reazionario, per severità, e insieme modernissimo per lucidità. E se Fallaci aveva l’elmetto e stava in trincea, Cederna racconta un’altra guerra: calze smagliate e chiome disfatte, menzogne e pregiudizi, miserie da scorcio di quartiere e da salotto impomatato. Il dopoguerra, poi gli anni Sessanta, gli anni di Piombo, fino a Tangentopoli, senza stancarsi mai: dentro la notizia, dentro la vita, dentro il mondo.
Insolente, curiosa, colta, cosmopolita, pudica, misurata, perfino austera, rimane se stessa, di fronte al tragico come al comico, in una realtà movimentata e complessa. Il lieve snobismo è una difesa: protegge l’acutezza dello sguardo, contiene il coinvolgimento e lo rende leggibile. E questo sembra valere nel pubblico come nel privato: è una forma di autocontrollo istintivo, invidiabile, ammirevole. Sempre al servizio della verità dei fatti.
Eppure, a oltre venticinque anni dalla morte, su Cederna si è scritto poco e spesso male. A parte qualche rara eccezione, la critica militante non ha fatto il suo dovere; forse, ancora impietrita davanti al giudizio crociano, che sottrae il giornalismo alla storia letteraria. Occorre lavorare per restituirle il riconoscimento che le è stato negato – per disinteresse, misoginia, superficialità – e riscoprire una scrittrice che è stata troppo rapidamente abbandonata e dimenticata. Al di là delle posizioni politiche e degli errori che hanno accompagnato alcune inchieste, la stereotipizzazione del personaggio ha spesso prevalso sulla conoscenza e lo studio dell’opera. La fama tardiva di aggressiva avversaria del potere ha operato una rimozione della vasta produzione, distesa su cinquantacinque anni.
Dove vive oggi la sua memoria? In antologie postume che, finora, non hanno generato un’analisi sistematica, spesso nate da rapporti di conoscenza, amicizia o ammirazione. Mancano monografie costruite con gli strumenti della ricerca e della critica. Le raccolte più note tendono a mettere in risalto gli articoli di costume e quelli politici, e finiscono per sommergere l’opera, presentando solo una sintesi semplificatoria: raccontano il personaggio in chiave popolare, emotiva o strumentale a un’ideologia. Così non si concede indipendenza all’opera né spazio alle specificità formali, ai nodi più complessi e al valore storico della scrittura di Cederna.
Fondazioni e archivi
Per Camilla Cederna non esiste, allo stato, un fondo unico e dedicato: la documentazione è dispersa e parziale. Materiali collegati all’ambiente universitario milanese sono conservati presso il centro APICE dell’Università Statale di Milano; le biblioteche restano il riferimento principale per la consultazione dei periodici e il lavoro di emeroteca. Una parte di appunti e fotografie è custodita dalla famiglia. Non esiste al momento una raccolta integrale degli articoli: la ricostruzione dell’opera passa quindi dalle collezioni dei settimanali e dai fondi periodici presenti sul territorio nazionale. In questa cornice, i dati biografici e bibliografici sono stati presentati sulla base delle date certe reperibili; il quadro resta aperto a integrazioni e precisazioni, anche grazie alla testimonianza di chi abbia conosciuto direttamente l’autrice o conservi ulteriori documenti.
Opere e edizioni
Noi siamo le signore, Milano, Longanesi, 1958.
La voce dei padroni, Milano, Longanesi, 1962.
Fellini 8 ½, Bologna, Cappelli, 1963.
Signori & Signore, Milano, Longanesi, 1966.
Le pervestite, Genova, Immordino, 1968.
Maria Callas, Milano, Longanesi, 1968.
Pinelli. Una finestra sulla strage, Milano, Feltrinelli, 1971.
Sparare a vista: come la polizia del regime DC mantiene l’ordine pubblico, Milano, Feltrinelli, 1975.
Il lato debole. Diario italiano 1956–1962, Milano, Bompiani, 1977.
Il lato debole. Diario italiano 1963–1968, Milano, Bompiani, 1977.
Il lato debole. Diario italiano 1969–1976, Milano, Bompiani, 1977.
Giovanni Leone. La carriera di un presidente, Milano, Feltrinelli, 1978.
Milano in guerra, Milano, Feltrinelli, 1979.
Il mondo di Camilla, Milano, Feltrinelli, 1980.
Nostra Italia del miracolo, Milano, Longanesi, 1980.
Casa nostra. Viaggio nei misteri dell’Italia, Milano, Mondadori, 1983.
Vicino e distante. Impressioni sull’Italia di ieri e di oggi, Milano, Mondadori, 1984.
De gustibus, Milano, Mondadori, 1986.
Il meglio di, Milano, Mondadori, 1987.
Caro Duce: lettere di donne italiane a Mussolini 1922–1943, Milano, Centro di documentazione europeo, 1989.
Il lato forte e il lato debole, Milano, Mondadori, 1992.
La terribile santità, Vicenza, La Locusta, 1999.
Il lato debole, a cura di Giulia Borgese e Anna Cederna, Milano, Feltrinelli, 2000.
Quando si ha ragione. Cronache italiane, a cura di Goffredo Fofi, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2002.
Pinelli. La diciassettesima vittima, Pisa, BFS Edizioni, 2006.
Il mio Novecento, Milano, Rizzoli, 2011.
Camilla, la Cederna e le altre, a cura di Irene Soave, Firenze–Milano, Bompiani, 2021.
Cronache scomode: l’Italia da cui veniamo, Roma, Edizioni e/o, 2021.
Bibliografia
Borgese Giulia, La Camilla, in Camilla Cederna, Il lato debole, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 7-9.
Carrano Patrizia, Le signore «grandi firme», Firenze, Guaraldi, 1978.
Caviglia Lorenzo, «Segno tutto perché non ho fantasia». Camilla Cederna giornalista e scrittrice [tesi di laurea magistrale], Università di Trento, 2024.
Caviglia Lorenzo, Censura e Terza pagina. Appunti sugli esordi di Camilla Cederna su «L’Ambrosiano» e su «Il Secolo-La Sera» (1939-1943), «Griseldaonline», n. 24, 1, 2025, pp. 29-42.
Fofi Goffredo, C’era una volta Camilla Cederna, in Cederna Camilla, Quando si ha ragione. Cronache italiane, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2002, pp. 415-422.
Fofi Goffredo, Nota editoriale, in Cederna Camilla, Quando si ha ragione. Cronache italiane, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2002, pp. 423-427.
Ottieri Silvana, Prefazione, in Cederna Camilla, Il mondo di Camilla, Milano, Feltrinelli, 1980, pp. 9-11.
Pivetta Oreste, Nota ai testi, in Cederna Camilla, Il mio Novecento, Milano, Rizzoli, 2011, pp. 5-13.
Soave Irene, Introduzione, in Cederna Camilla, Camilla, la Cederna e le altre, Firenze–Milano, Bompiani, 2021, pp. 13-32.
Soave Irene, Prefazione. Benedetta fra le primedonne, in Cederna Camilla, Maria Callas Milano, Nottetempo, 1968, pp. 9-20.


