Fausta Cialente
a cura di Lorenza Graglia
Fausta Cialente (1898-1994) è stata una scrittrice, giornalista, traduttrice e antifascista italiana.
«La storia è il grosso termometro dei cambiamenti d’umore degli Stati, una temperatura che oscilla, al primo colpo d’occhio, tra passioni che sembrano soltanto esagerate o sbagliate; ma al secondo si vedono già – o soprattutto – gl’intrighi e i compromessi d’alto luogo, gl’interessi quasi sempre cinici, o sporchi, o ridicoli; le crudeltà e le menzogne mascherate, la bassezza dei razzismi, l’intolleranza del fanatismo.»
F. Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger
Vita e formazione
Fausta Cialente nasce il 29 novembre 1898 a Cagliari e morirà, quasi centenaria, a Pangbourne, l’11 marzo 1994. Il padre, Alfredo Cialente, era un ufficiale dell’esercito di origini abruzzesi, mentre la madre, Elsa Wieselberger, proveniente da una famiglia triestina colta e benestante, era stata costretta dal marito ad abbandonare una promettente carriera da soprano. La coppia si era trasferita in Sardegna da Treviglio, dove, nel 1897, era nato il primogenito Renato, che diventerà uno degli attori più popolari degli anni Trenta. L’infanzia e l’adolescenza di Cialente sono segnate dai continui trasferimenti del padre nei vari distretti militari italiani. A causa di questa vita nomade, rievocata dall’autrice nel memoriale autobiografico Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Cialente riceve una formazione scolastica irregolare, ma negli stessi anni inizia a coltivare la passione per la lettura e la scrittura. Importanti sono anche i soggiorni estivi a Trieste, nella villa del nonno materno Gustavo Wieselberger, musicista, compositore e direttore d’orchestra.
La prima svolta significativa nella sua vita avviene nel 1921, con il matrimonio con Enrico Terni (1876-1960), vicedirettore della filiale del Banco di Roma ad Alessandria d’Egitto. Appartenente a una ricca famiglia ebrea stabilitasi in città, Terni è anche musicologo, musicista e compositore, oltre che organizzatore di numerosi eventi culturali. In questo ambiente cosmopolita e culturalmente all’avanguardia, Cialente ha accesso alla biblioteca della famiglia del marito, che le permette di conoscere autrici e autori internazionali; è l’autrice stessa a raccontare «l’incontro fatale» con coloro che sarebbero diventati i suoi modelli: «avevo ritrovato con una gioia immensa le opere complete di Conrad, e poi fu, via via, l’incontro fatale con André Gide che divenne per molti anni il mio autore prediletto […], con Roger Martin de Gard, Alain-Fournier, Raymond Radiguet, la Mansfield, e più tardi la Woolf, Proust, James Joyce; e mi sentii come folgorata la prima volta che lessi La metamorfosi di Kafka e la Morte a Venezia di Mann» (Cialente, 2018, p. 222). Mentre in Italia e in Europa la situazione politica precipita, gli anni egiziani offrono a Cialente stimoli e libertà, ma la scrittrice coglie fin da subito le profonde contraddizioni del mondo levantino, in cui il cosmopolitismo coesiste con una società razzista e classista. In questi anni, diventa redattrice della pagina culturale del «Giornale d’Oriente», quotidiano in lingua italiana diffuso in tutto il Nord Africa, e pubblica i primi romanzi – Natalia (1930) e Cortile a Cleopatra (1936) – e diversi racconti, per lo più usciti sullo stesso «Giornale d’Oriente». Dalla seconda metà degli anni Trenta, tuttavia, con l’acuirsi della crisi politica europea, Cialente abbandona la scrittura per dedicarsi alla militanza e alla propaganda antifascista. Nell’ottobre 1940 si trasferisce al Cairo e assume la responsabilità, per l’emittente britannica Radio Cairo, del programma radiofonico di informazione e approfondimento politico «Siamo italiani, parliamo agli italiani»; le vengono anche affidate alcune trasmissioni clandestine per esortare le truppe italiane in Nord Africa a disertare e sabotare le operazioni militari fasciste. Rotti i rapporti con gli inglesi a causa della sua posizione antimperialista, nell’ottobre 1943 Cialente fonda «Fronte Unito», rivista rivolta ai prigionieri italiani in Nord Africa. Nello stesso anno, l’autrice affronta il lutto per la perdita dell’amato fratello, morto a Roma durante l’occupazione nazista, in un sospetto incidente stradale provocato da un automezzo militare tedesco. Nel 1947, decide di lasciare definitivamente l’Egitto: rientrata in Italia, diventa redattrice fissa di «Noi Donne» e dell’«Unità», collabora con altri giornali e riviste e riprende l’attività letteraria.
Attività letteraria
A causa della lontananza di Cialente dall’Italia e delle peculiarità dei suoi primi due romanzi, Natalia e Cortile a Cleopatra incontrano difficoltà editoriali e non riscuotono successo. Natalia, ancora inedito, vince il Premio del Gruppo dei Dieci, collettivo di scrittori fascisti creato da Marinetti per promuovere lo sviluppo del romanzo italiano, e nel 1930 viene pubblicato nella collana «Sapientia. Edizioni dei Dieci», l’editore di riferimento del Gruppo. L’esordio di Cialente non rispetta né la poetica né la linea politica del gruppo; perciò, deve aver avuto un ruolo determinante l’intercessione di Massimo Bontempelli, membro dei Dieci, che l’autrice aveva conosciuto per la prima volta nel 1914 e a cui aveva inviato nel 1928 il manoscritto di Natalia. Le poche copie del romanzo si esauriscono rapidamente; quando l’autrice pensa a una ristampa, però, trova l’ostacolo della censura fascista, che le impone di eliminare l’episodio di lesbismo presente nel testo e di attenuare il severo giudizio sulla Prima guerra mondiale. Pur di non snaturare la propria opera, Cialente rinuncia a una nuova pubblicazione in Italia e tenta di diffonderla all’estero. Nel 1932 esce in Francia Natalie, ma, nonostante l’apprezzamento di André Gide, anche la versione francese non avrà ulteriori edizioni e l’autrice non tenterà più di promuovere il romanzo né in Italia né all’estero, fino alla riedizione Mondadori del 1982.
Nel 1931 Cialente conclude Cortile a Cleopatra e per anni prova a pubblicarlo in Italia, facendone circolare il manoscritto tra amici e intellettuali. Nel 1935 l’autrice si rassegna alla pubblicazione a puntate su «L’Italia Letteraria», che però chiude a causa della censura, lasciando inedita metà del romanzo. Il libro esce infine nel 1936 presso un piccolo editore milanese, Corticelli, senza ottenere successo: nonostante l’ambientazione egiziana, è troppo distante dal romanzo coloniale allora in voga e funzionale alla propaganda fascista. Durante i successivi anni di silenzio letterario, Cialente si dedica a una vasta produzione radiofonica e giornalistica e tiene un diario di guerra, nove quaderni redatti tra il febbraio 1941 e il luglio 1947, fondamentali per ricostruire le sue attività di militanza e propaganda antifascista. Tra febbraio e luglio 1947 compone Middle East, un breve testo dattiloscritto ritrovato tra i materiali allegati ai diari, che contiene il prologo e il primo capitolo di un romanzo in prima persona mai portato a termine e dedicato agli anni egiziani.
Dopo il rientro in Italia, l’autrice è impegnata soprattutto nel lavoro giornalistico, indispensabile al suo sostentamento ma penalizzante per la scrittura narrativa, come lei stessa denuncia in alcuni articoli sulle difficoltà economiche degli intellettuali. Nel frattempo, il suo nome torna a circolare negli ambienti culturali e editoriali: pubblica su «l’Unità» e su «Noi Donne» alcune novelle inedite e i racconti scritti negli anni Trenta per il «Giornale d’Oriente», mentre Cortile a Cleopatra viene riedito nel 1953 da Sansoni. Favorita dal sodalizio con Feltrinelli, Cialente pubblica i romanzi Ballata levantina nel 1961 e Un inverno freddissimo nel 1966, opere che segnano un movimento creativo legato alla memoria della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra. Nello stesso periodo intraprende l’attività di traduttrice dall’inglese e nel 1962 cura per Feltrinelli la traduzione di Clea di Lawrence Durrell. Gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta sono tra i più produttivi e felici della sua carriera. Decisivo è l’accordo con Mondadori che, tra il 1972 e il 1982, pubblica due opere inedite (Il vento sulla sabbia e Le quattro ragazze Wieselberger) e tre romanzi della produzione precedente (Cortile a Cleopatra, Ballata levantina e Natalia). L’attività letteraria di Cialente culmina nel 1976, quando Le quattro ragazze Wieselberger vince il Premio Strega. Nel frattempo, l’autrice continua a dedicarsi alla traduzione. Proprio nel 1976 esce la sua fortunata versione di Piccole donne, cui seguono Le piccole donne crescono (1977), Piccoli uomini (1981), I miti greci di Nathaniel Hawthorne (1982) per gli Editori Riuniti e, nel 1985, Giro di vite di Henry James, pubblicato nella collana einaudiana «Scrittori tradotti da scrittori».
Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
È innegabile che la vita sradicata di Cialente abbia influenzato la sua produzione, alimentando un complesso rapporto identitario con l’Italia. Nella geografia mutevole dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autrice, Trieste ha rappresentato l’unico punto di riferimento stabile, fino a diventare la sua patria elettiva, sia in quanto città delle radici materne, sia per la posizione di confine, crocevia di lingue e culture diverse. Seguono i ventisei anni trascorsi in Egitto, tra Alessandria e Il Cairo, destinati a segnare profondamente la formazione umana, politica e letteraria della scrittrice.
Rientrata dall’Egitto, Cialente alterna soggiorni nel Varesotto, a Roma e nella villa di famiglia di Cocquio. Tuttavia, dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, non si stabilisce mai definitivamente in Italia, continuando a spostarsi anche all’estero, in Europa e in Medio Oriente, seguendo la figlia Lionella, sposata con un funzionario del British Council.
Dalla metà degli anni Ottanta conduce una vita ritirata insieme alla famiglia della figlia a Pangbourne, nel Berkshire, dove muore l’11 marzo 1994. Nel necrologio pubblicato sulla «Stampa», Bàrberi Squarotti sottolinea come l’autrice, per indole e per la sua biografia insolita, abbia sempre preferito restare ai margini del mondo letterario italiano. Una posizione che trova riscontro nelle dichiarazioni della stessa Cialente, che ha più volte affermato di non sentirsi legata a nessuna patria e di aver assunto come riferimento per la propria scrittura un orizzonte letterario internazionale.
Nonostante ciò, ha sempre mantenuto rapporti con importanti intellettuali, autrici e autori italiani. Agli inizi della sua carriera Cialente ha potato contare non solo sull’appoggio di Massimo Bontempelli, ma anche su quello di Sibilla Aleramo, con cui l’autrice avvia una corrispondenza epistolare presumibilmente tra il 1931 e il 1932. Le due scrittrici stringono un’amicizia decennale e un sodalizio intellettuale che accompagna Cialente dagli esordi, quando Aleramo cerca di favorirne l’ingresso nel mercato editoriale italiano, leggendo e facendo circolare i suoi primi testi. Questo rapporto continua fino agli anni Settanta: Feltrinelli, infatti, chiede a Cialente di scrivere un ricordo dell’amica per aprire Diario di una donna (1978) e la coinvolge nella promozione del volume. Nel dopoguerra numerosi autori e autrici sostengono, sia privatamente sia con interventi pubblici e recensioni, l’attività letteraria di Cialente. Tra le promotrici e i promotori più importanti figurano Anna Banti, Maria Bellonci ed Emilio Cecchi, ma anche Giorgio Bassani che, in qualità di direttore della collana feltrinelliana «Biblioteca di letteratura. I contemporanei», sceglie di pubblicare Ballata levantina, e Vittorio Sereni che, come direttore letterario della Mondadori, favorisce l’accordo tra Cialente e la casa editrice, avviato nel 1972.
Poetica e pensiero
Nell’introduzione alla raccolta di racconti Interno con figure (1976), Fausta Cialente ripercorre la propria produzione a partire dagli esordi, spiegando di aver voluto offrire, con le sue opere, «il ritratto d’un’incosciente o colpevole borghesia» (Cialente, 1976, p. IX) e «la testimonianza del mio tempo […] un tempo velenoso e feroce» (Cialente, 1976, pp. XVII-XVIII). La scrittura è per Cialente uno strumento di militanza a favore delle componenti più vulnerabili della società e di indagine dei fenomeni cruciali del Novecento, dai totalitarismi alle guerre mondiali, dai processi di decolonizzazione all’emancipazione femminile. Gli anni trascorsi in Egitto le permettono di maturare una prospettiva innovativa e consapevole sulle questioni sociopolitiche che affronta, mentre la sua condizione di «straniera dappertutto», come Cialente stessa si definisce, la rende capace di rappresentare esperienze transnazionali, migratorie e multiculturali. L’esordio, Natalia, è profondamente legato alla tradizione del romanzo di formazione e alle atmosfere bontempelliane del realismo magico. Ambientato in un’indeterminata provincia italiana negli anni a cavallo della Prima guerra mondiale, il romanzo mette in scena il percorso di crescita della protagonista, segnato dal desiderio lesbico e dal rifiuto del modello familiare tradizionale. La formazione di Natalia permette all’autrice di mettere in discussione le convenzioni borghesi e di criticare l’istituzione matrimoniale e l’educazione riservata alle donne. Cialente recupera da Bontempelli l’idea di una poetica fondata insieme sulla precisione realistica e su un’atmosfera magica; il ricorso a una scrittura visionaria rafforza l’impronta politica del romanzo: il fantastico diventa uno strumento alternativo di sopravvivenza in una realtà sociale che non riconosce le soggettività non conformi alla norma dominante.
Nel corso degli anni Trenta, l’autrice adotta un analogo immaginario bontempelliano e favolistico anche nei racconti, incentrati sul mondo magico dell’infanzia e sul doloroso passaggio all’età adulta. In queste prime prove narrative, Cialente sperimenta sulla voce narrante, scegliendo, ad esempio, l’insolita prima persona plurale per restituire la focalizzazione corale di un gruppo di bambini nei racconti Il giardino e Marianna, quest’ultimo vincitore nel 1932 del Premio Galante, «ch’era così chiamato perché veniva concesso solamente alle scrittrici» (Cialente, 1976, p. X).
Con Cortile a Cleopatra, Cialente esplora la società levantina attraverso le vicende del protagonista Marco, giovane cresciuto in Italia che, dopo la morte del padre, raggiunge Alessandria alla ricerca della madre greca. Stabilitosi nel sobborgo di Cleopatra, Marco condivide un piccolo cortile con una comunità eterogenea per condizione sociale, lingua e religione. Il romanzo ripercorre le disavventure sentimentali del ragazzo, insofferente a ogni legame stabile e convenzione sociale. Il microcosmo spaziale del cortile riflette gli squilibri e le ingiustizie del mondo coloniale, fondato su discriminazioni razziste e classiste.
Il successivo romanzo, Ballata levantina, torna all’ambientazione egiziana con una maggiore complessità formale: dopo un avvio memoriale in prima persona, il racconto si apre a una narrazione corale in terza persona, che segue diversi personaggi della società levantina negli anni dell’ascesa dei totalitarismi e dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Se Cortile a Cleopatra si legava alla tradizione del romanzo di formazione e d’avventura, Ballata levantina può considerarsi a tutti gli effetti un romanzo storico, in cui l’autrice, attingendo anche dal proprio vissuto, analizza il declino del mondo coloniale e le implicazioni politiche, sociali ed economiche della guerra, mettendo in luce tanto le oppressioni perpetuate dalle classi dirigenti egiziane ed europee quanto la mobilitazione antifascista sulle sponde africane del Mediterraneo. Cialente, inoltre, rievoca la circolazione tra la ricca borghesia levantina di una cultura artistica aggiornata, su cui lei stessa si era formata durante gli anni egiziani: è con l’orizzonte letterario europeo, in particolare modernista, che l’autrice sceglie di misurarsi in questo romanzo. In Ballata levantina è rilevante soprattutto l’eco proustiano, non solo dal punto di vista tematico – lo snobismo dell’aristocrazia francese della Recherche, nell’opera cialentiana, assume la specifica declinazione di «snobismo coloniale» (Cialente, 2024, p. 190), per cui pregiudizi e discriminazioni di classe si intrecciano al razzismo – ma anche strutturale e formale. Nella prima parte del romanzo, la protagonista Daniela rievoca in prima persona la propria infanzia e adolescenza, segnate dalla figura della nonna, ricostruendo quegli anni attraverso ricordi e racconti, secondo un procedimento che richiama quello del narratore della Recherche. Le tre parti successive, incentrate sulla guerra e sull’organizzazione dell’attività antifascista al Cairo, sono narrate in terza persona; la focalizzazione, anche se multipla, rimane prevalentemente interna e le analessi sono affidate al ricordo dei personaggi, mediante una tecnica di ascendenza proustiana. La fedeltà di Cialente a Proust persiste lungo tutta la sua carriera, come dimostra il memoriale Le quattro ragazze Wieselberger, dove l’influenza dello scrittore è chiaramente riconoscibile; l’autrice si affida alla memoria, spesso di natura sensoriale, e alla scrittura per sottrarre il passato all’erosione del tempo, facendo riemergere Trieste, spazio privilegiato dell’infanzia e delle radici materne, similmente a quanto Proust compie con Combray.
Nell’orizzonte modernista di riferimento per Cialente, occupa una posizione centrale anche Virginia Woolf. La critica ha infatti individuato in The Waves un possibile modello per l’impianto compositivo di Ballata levantina. Vissuta tra il nonno compositore e direttore d’orchestra e il marito musicologo, Cialente difficilmente poteva restare insensibile all’opera più “musicale” della scrittrice inglese. In Ballata levantina, la cui vocazione musicale è suggerita già dal titolo, le focalizzazioni multiple richiamano la dimensione corale del romanzo di Woolf. Inoltre, il tempo narrativo è scandito dai fenomeni climatici e dall’avvicendarsi delle stagioni, il cui ciclo procede autonomamente rispetto alla cronologia puntuale della storia collettiva; anche Le onde è articolato in nove parti che si aprono con la registrazione dell’ora del giorno e delle variazioni di luce, vento e maree. La scelta di rappresentare lo scorrere del tempo attraverso i mutamenti atmosferici e stagionali emerge con ancora maggior evidenza nel romanzo successivo di Cialente, Un inverno freddissimo, il cui arco narrativo coincide con i mesi centrali del rigido inverno 1946-1947 e si chiude con l’arrivo della primavera. Le vicende sono ambientate quasi interamente in una soffitta milanese, dove la famiglia protagonista vive a causa della povertà del dopoguerra. Se il cortile di Cleopatra era una lente attraverso cui guardare la società levantina, la soffitta diventa lo spazio in cui si delinea un nuovo modello familiare, distante dalla tradizione nucleare borghese; infatti, la protagonista Camilla, come la signora Ramsay di To the lighthouse, garantisce la coesione del nucleo familiare, prendendosi cura dei tre figli, Alba, Lalla e Guido, ma anche del nipote Arrigo con la moglie Milena, e di Regina, fidanzata del nipote Nicola, morto da partigiano prima di sposarla e lasciandola incinta. È una famiglia allargata che supera i vincoli di sangue e che riscrive la grammatica dei ruoli tradizionali. Nel romanzo si delinea infatti un evidente vuoto maschile, soprattutto paterno; invece, i personaggi femminili, oltre a essere più numerosi, determinano le principali svolte di trama, misurandosi con lo spazio pubblico e la modernità. Il modello di famiglia proposto dall’autrice diventa così un innovativo strumento prospettico per guardare a un’Italia ormai irrimediabilmente cambiata.
L’autrice ritorna allo scenario levantino con Il vento sulla sabbia (1972), ambientato ad Alessandria e incentrato sugli ultimi splendori mondani negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale: la scrittrice approfondisce nuclei tematici già ampiamenti trattati, come il colonialismo e il razzismo, per offrire il ritratto del declino di un’epoca. La vera novità del romanzo è lo statuto della voce narrante: per la prima volta in un suo romanzo, Cialente sceglie di condurre la narrazione interamente in prima persona. La narratrice è Livia, diciottenne all’epoca delle vicende che racconta, italiana rimasta orfana e costretta a rifugiarsi in Egitto per raggiungere i suoi unici parenti. Livia, pur promettendo un resoconto il più possibile fedele ai fatti, sottolinea i limiti del proprio racconto, dovuti alla distanza temporale che la separa dagli eventi narrati. Nell’opera non sono rari passaggi di carattere metanarrativo, nei quali vengono approfondite le dinamiche tra ricordo e oblio e in cui la narratrice riflette su quanto il suo giudizio sia condizionato dagli eventi successivi, dalle sue emozioni e dal suo posizionamento sociale. Queste caratteristiche della voce narrante costituiscono un importante precedente delle scelte che Cialente adotterà nelle Quattro ragazze Wieselberger (1976), memoriale autobiografico dedicato alla storia del ramo materno della propria famiglia, i triestini Wieselberger. Come già in Ballata levantina, la scrittrice sperimenta sul punto di vista: nella prima parte la voce narrante, apparentemente extradiegetica, non rivela ancora la propria identità e cerca di ricostruire, sfruttando fonti materiali e testimonianze orali, la vita della famiglia Wieselberger nell’ambiente alto-borghese e irredentista della Trieste di fine Ottocento. Dalla seconda parte dell’opera, invece, il racconto è condotto da una prima persona narrante coincidente con quella autoriale, che attinge principalmente da ricordi personali per riferire episodi di cui è stata testimone o protagonista, rievocando la propria vita dall’infanzia agli anni Cinquanta. Come nel Vento sulla sabbia, la narratrice riflette sui limiti e sulle potenzialità del proprio punto di vista: la distanza temporale dai fatti narrati, da una parte, rende più complessa la ricostruzione memoriale – e in questi casi, la voce narrante ammette sempre la sua ignoranza o dimenticanza – dall’altra, favorisce la tendenza prolettica e la possibilità di formulare giudizi, inevitabilmente influenzati dal coinvolgimento emotivo e dal posizionamento ideologico.
Il libro presenta un forte legame con la tradizione letteraria, dall’uso di topoi appartenenti al romanzo familiare e al genere autobiografico fino alla citazione, nelle epigrafi delle quattro sezioni che suddividono l’opera, di alcuni autori di riferimento per la scrittura del memoriale, come i triestini Stuparich e Slataper e i poeti Sereni e Caproni. Cialente, intrecciando memoria letteraria, familiare e personale, attraversa i nodi centrali della storia italiana e mondiale, esprimendo il proprio punto di vista senza mediazioni romanzesche. Il cronotopo della Trieste a cavallo tra Ottocento e Novecento consente all’autrice di riflettere sull’origine di molti fenomeni che hanno condotto allo scoppio delle guerre mondiali e all’ascesa dei totalitarismi. La scrittrice non si sottrae alla critica delle posizioni irredentiste e interventiste dei parenti, mettendo in luce la natura illusoria delle speranze politiche coltivate dal nonno e dalle zie. Al contempo, Cialente valorizza la storia delle sorelle Wieselberger per analizzare la condizione femminile in Italia: l’infelice vita matrimoniale della madre, vessata dal marito ma restia alla separazione, offre l’occasione per riflettere sulle oppressioni subite dalle donne all’interno della famiglia, ben lontana dall’ideale borghese di unità e amore. Come in Un inverno freddissimo, la famiglia si configura come un dispositivo privilegiato per osservare e denunciare le disuguaglianze di genere e di classe, che Cialente aveva già rilevato nella sua attività pubblicistica su «Noi Donne» e «l’Unità». Le quattro ragazze Wieselberger può essere letto, dunque, come un vero e proprio manifesto poetico e politico, capace di condensare i temi chiave della produzione dell’autrice e di offrire elementi essenziali alla ricostruzione della sua biografia.
Critica e ricezione
La produzione di Fausta Cialente ha conosciuto fasi alterne di riconoscimento e oblio. Il mancato successo dei primi due romanzi, Natalia e Cortile a Cleopatra, è causato soprattutto dal clima culturale e dalle politiche del regime fascista, cui l’autrice si oppone criticando, attraverso la scrittura, guerra, colonialismo e istituzioni borghesi e patriarcali.
I rapporti tra Cialente e il mondo editoriale italiano riprendono nel 1953, quando Cortile a Cleopatra viene ripubblicato da Sansoni grazie all’interessamento di Anna Banti, che affida la prefazione a Emilio Cecchi: il giudizio del critico contribuisce a consacrare il romanzo come uno dei più riusciti di quel ventennio. Ballata levantina, pubblicato nel 1961 dopo oltre vent’anni di silenzio letterario, viene presentato al Premio Strega da Banti, classificandosi al secondo posto ex aequo con Delitto d’onore di Arpino e riscuotendo un notevole successo di pubblico. Una diversa accoglienza è riservata a Un inverno freddissimo: pur entrando nella cinquina finalista dello Strega del 1966, il romanzo è giudicato meno riuscito dei precedenti – per l’ambientazione milanese ritenuta poco suggestiva – e anacronistico rispetto allo sperimentalismo del decennio. Se oggi Un inverno freddissimo è stato rivalutato, Il vento sulla sabbia continua a essere considerato un’opera minore dell’autrice. Il 1976 rappresenta l’anno di maggior successo per Cialente: oltre alla fortunata traduzione di Piccole donne e alla messa in onda dello sceneggiato Rai Camilla, tratto da Un inverno freddissimo, Le quattro ragazze Wieselberger vince il Premio Strega. Nonostante il generale consenso di critica e pubblico, la stampa tende spesso a rappresentare Cialente come un’anziana esordiente improvvisamente giunta al successo, trascurando la lunga attività letteraria e giornalistica precedente. In questi anni la scrittrice diventa una figura pubblicamente riconosciuta, ma già dalla metà degli anni Ottanta l’interesse del pubblico e della critica inizia a diminuire, fino alla sua progressiva esclusione dalla tradizione e dalla storiografia letteraria del Novecento italiano. Un reale recupero critico e editoriale è stato possibile solo più di vent’anni dopo, soprattutto grazie agli studi filologicamente approfonditi di Francesca Rubini ed Emmanuela Carbè e al lavoro di riscoperta delle case editrici La Tartaruga e nottetempo, che tra il 2018 e il 2025 hanno ripubblicato l’intera produzione di Cialente.
I contributi critici più recenti hanno evidenziato come la qualità letteraria delle sue opere collochi Cialente tra le voci più rilevanti del Novecento italiano. Numerosi studi hanno messo in luce i suoi rapporti con la letteratura straniera, inserendo la scrittrice in un più ampio panorama europeo. La critica si è così concentrata sia sugli aspetti formali della sua produzione – in particolare il trattamento del tempo e la sperimentazione sui punti di vista, che la avvicinano ai risultati più alti del modernismo europeo, da Proust a Woolf – sia sullo sviluppo di nuclei tematici di estrema modernità, quali la critica all’imperialismo e la rappresentazione del desiderio lesbico.
Fondazioni e archivi
La figlia di Fausta Cialente, Lionella Terni Muir, nel 1998 ha donato alcuni materiali inediti della scrittrice al Centro Manoscritti dell’Università degli Studi di Pavia, tra cui i quaderni del diario di guerra. Altre carte dell’autrice sono conservate nel Fondo Fausta Cialente della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.
Opere e edizioni
Natalia
Roma, Edizioni dei Dieci, 1930.
II ed. rivista dall’autrice, prefazione di Carlo Bo, Milano, Mondadori, 1982.
Milano, La Tartaruga, 2019.
Cortile a Cleopatra
Milano, Corticelli, 1936.
Avvertenza dell’autrice, prefazione di Emilio Cecchi, Firenze, Sansoni, 1953.
Milano, Feltrinelli, 1962.
Milano, Garzanti, 1966.
Milano, Mondadori, 1973.
Prefazione di Franco Cordelli, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004.
A cura di Dacia Maraini, Milano, Corriere della Sera, 2013.
Prefazione di Melania G. Mazzucco, Milano, La Tartaruga, 2022.
Ballata levantina
Prefazione di Giorgio Bassani, Milano, Feltrinelli, 1961.
Milano, Feltrinelli, 1968.
Milano, Mondadori, 1974.
Introduzione di Franco Cordelli, postfazione di Paolo Terni, Milano, Baldini & Castoldi, 2003.
A cura di Emmanuela Carbé, Milano, nottetempo, 2024.
Pamela o la bella estate: racconti, Milano, Feltrinelli, 1962.
Un inverno freddissimo
Prefazione di Valerio Riva, Milano, Feltrinelli, 1966.
Milano, Feltrinelli, 1976.
Milano, Euroclub, 1976.
A cura di Emmanuela Carbé, Milano, nottetempo, 2022.
Il vento sulla sabbia
Milano, Mondadori, 1972.
Milano, Mondadori, 1973.
A cura di Emmanuela Carbé, prefazione di Nadia Terranova, Milano, nottetempo, 2023.
Le quattro ragazze Wieselberger
Prefazione di Alcide Paolini, Milano, Mondadori, 1976.
Milano, Club degli Editori, 1976.
Milano, Club degli Editori, 1977.
Milano, Mondadori, 1978.
Milano, Mondadori, 1980.
Novara, Mondadori-De Agostini, 1987.
Introduzione di Alcide Paolini, Novara, Mondadori-De Agostini, 1990.
Novara, Mondadori-De Agostini, 1993.
Prefazione di Elisabetta Rasy, Torino, Utet; Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, 2006.
Prefazione di Melania G. Mazzucco, Milano, La Tartaruga, 2018.
Interno con figure
Introduzione di Fausta Cialente, Roma, Editori Riuniti, 1976.
Pordenone, Studio Tesi, 1991.
A cura di Emmanuela Carbé, Milano, nottetempo, 2025.
I bambini, Pordenone, Studio Tesi, 1995.
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