Gina Lagorio
a cura di Maira Martini
Gina Lagorio (1922-2005) è stata una scrittrice, giornalista, editor, parlamentare del secondo Novecento.
«Alla domanda ripetuta cento mille volte, che cosa mi ha aiutato a respirare meglio, da quando mi ricordo, diciamo dall’età scolare a oggi, al di fuori dei rapporti umani, la risposta è sempre la stessa, nell’ordine: le parole, la musica, la natura, l’arte, il cinema».
G. Lagorio, Inventario
Vita e formazione
Gina Lagorio, battezzata Luigina Bernocco, nasce a Bra il 6 gennaio 1922 da Giovanni Battista Bernocco e Pierina Picollo, entrambi piemontesi. All’età di due anni si trasferisce con la famiglia a Savona, dove il padre avvia un’attività di commercio di vini prodotti nell’ambito familiare. Fino allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, quindi per tutta l’infanzia e l’adolescenza, trascorre i mesi estivi dai nonni a Cherasco, luogo in cui si stabilirà durante il conflitto. Negli anni di guerra frequenta l’Università di Torino, laureandosi con una tesi in Letteratura inglese dal titolo La poesia sepolcrale inglese e i suoi influssi in Italia. Partecipa alla Resistenza con il gruppo di Giustizia e Libertà assieme al futuro marito Emilio Lagorio, responsabile del Partito Comunista nel Comitato di Liberazione Nazionale di Savona, che sposerà nel 1945. L’anno successivo nasce la prima figlia, Simonetta Lagorio, alla quale dedica il libro Le novelle di Simonetta. Durante gli anni Cinquanta insegna italiano e storia a Savona e collabora con periodici di rilievo, tra cui «Il Ponte», «Letterature moderne», «L’Approdo», «Arte Stampa», «Resine», «Ausonia». Negli stessi anni frequenta, assieme al marito Emilio Lagorio, il Circolo Calamandrei di Savona di natura laica e antifascista. Nel 1960 nasce la seconda figlia, Silvia Lagorio, la quale ispirerà Un ciclone chiamato Titti, pubblicato dalla casa editrice Cappelli di Bologna nel 1969.
Gli anni Sessanta costituiscono un decennio decisivo per Gina Lagorio, sia dal punto di vista professionale, sia da quello personale. Incoraggiata dai suoi maestri, Camillo Sbarbaro e Angelo Barile, incrementa la scrittura e la pubblicazione di racconti e di testi, ottenendo i primi riconoscimenti da personalità di spicco, quali Anna Banti e Italo Calvino. Nel 1964 viene a mancare il marito a causa di una grave malattia; a lui sarà dedicato il romanzo Approssimato per difetto, nel 1971. Per assicurare il sostentamento alla famiglia, la vita di Lagorio si divide tra il mestiere di docente e quello di scrittrice e saggista. Dopo aver abbandonato il lavoro da insegnante per dedicarsi interamente alla produzione letteraria, nel 1973 decide di trasferirsi a Milano, città in cui avvia una ricca collaborazione con la casa editrice Garzanti. Qui assume il ruolo di direttrice responsabile della collana “Grandi Libri” e, inoltre, partecipa alla realizzazione dell’Enciclopedia Europea. Nonostante l’impegno richiesto da tali incarichi, Lagorio non abbandona la sua intensa attività intellettuale e rimane attiva su più fronti: teatrale, critico, narrativo e giornalistico. Tra il 1974 e il 1975 collabora con la RAI per la trasmissione di alcuni radiodrammi; allo stesso tempo, e lungo tutto il decennio, scrive regolarmente su testate giornalistiche e riviste (come la «Gazzetta del Popolo», il «Resto del Carlino», «La Fiera Letteraria», ecc.).
Nel 1981 sposa Livio Garzanti. Gli anni Ottanta rappresentano la fase apicale nella vita pubblica di Lagorio: non solo porta avanti il lavoro presso RAI con ulteriori trasmissioni televisive e radiofoniche (Parlare al femminile, Femminile singolare), ma incrementa ancora di più l’impegno nella scrittura, tanto saggistica e narrativa, quanto teatrale. Inoltre, molte delle sue drammaturgie vengono messe in scena. Non solo, dal 1987 al 1992 prende parte alla X legislatura come deputata della Sinistra Indipendente, in qualità di membro della Commissione Cultura, scienze e istruzione. Con alcuni amici, lungo il biennio 1993-1994, organizza alcune riunioni domenicali nel suo salotto per discutere l’opera di Dante, in particolare la terza cantica. Continua la scrittura di romanzi e di libretti teatrali fino ai primi anni Duemila quando, nel 2003, viene colpita da un ictus. Da questo trauma improvviso nasce la necessità di consegnare alla memoria un’ultima testimonianza non solo del mistero della malattia, chiudendo il cerchio aperto con il romanzo Approssimato per difetto (1971), dedicato a Emilio Lagorio, ma anche della propria visione del mondo e della vita. Il dattiloscritto di Càpita viene consegnato alla Garzanti nei primi mesi del 2005 e pubblicato postumo, nello stesso anno.
In accordo con le figlie, organizza la donazione volontaria del suo Archivio al Centro APICE dell’Università Statale di Milano, avvenuta proprio a ridosso della sua morte. Il Fondo Lagorio è custodito, quasi nella sua interezza, in un antico armadio di legno e comprende una ricchissima corrispondenza (circa 1500 destinatari), materiali relativi all’attività letteraria, giornalistica e parlamentare (bozze dattiloscritte, articoli, recensioni, interviste, appunti, …).
Gina Lagorio muore a Milano il 17 luglio 2005. Nel corso della sua vita ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali si ricordano i premi letterari vinti e le onorificenze pubbliche a lei dedicate.
Attività letteraria
Gina Lagorio si appassiona alla scrittura già da bambina – all’età di dieci anni – quando, per riempire i lunghi pomeriggi estivi, inizia a scrivere le prime favole. Nel 1940 il «Giornale di Genova» bandisce un concorso per studenti, vinto da Lagorio. Da quel momento, avvia una collaborazione stabile col periodico locale, scrivendo articoli di cronaca, recensioni cinematografiche e interviste (fra cui quella a Vittorio de Sica nel 1943). Dopo aver pubblicato alcune traduzioni delle favole di Andersen agli inizi degli anni Cinquanta, Lagorio si dedica alla pubblicistica per tutto il decennio. Dal 1958 in poi, pubblica per la rivista «Il Ponte», fondata da Piero Calamandrei. Nel 1963, Anna Banti accoglie su «Paragone» il racconto Il silenzio. L’anno successivo Lagorio pubblica il libro per ragazzi Attila re degli Unni, per la collana di Sansoni «Le grandi vite», e avvia una collaborazione con la casa editrice Einaudi, grazie all’interessamento di Calvino per i suoi scritti. Nel 1966 pubblica con Mondadori la raccolta di racconti Il polline e cura numerose edizioni scolastiche.
Nel 1970 esce per La Nuova Italia Editrice la sua monografia su Fenoglio, nonché la prima dedicata all’autore. L’anno seguente, l’editore Cappelli di Bologna pubblica Approssimato per difetto, romanzo in cui Lagorio assume il punto di vista maschile, assimilabile a quello del marito defunto, per narrare il dialogo di un uomo con la morte. Successivamente, si assiste a un allontanamento dalla narrativa: solo sei anni più tardi, nel 1977, ritorna al romanzo con La spiaggia del lupo. Se questo intervallo cronologico documenta un’astensione dalla narrativa, allo stesso tempo non sancisce un abbandono assoluto della scrittura. Infatti, in quegli anni il lavoro di Lagorio vira e si concentra prettamente sulla saggistica e sull’attività critica: si dedica agli studi sulla poesia ligure del Novecento e a saggi critici su Sbarbaro e Barile. Nel 1979 scrive Fuori scena, uscito presso l’editore Garzanti. Redige numerosi testi teatrali (per Raccontami quella di Flic vince il Premio Flaiano, nel 1983) e nel 1983 pubblica il romanzo Tosca dei gatti, con Garzanti. Nel 1984 raccoglie alcuni elzeviri in un volume dal titolo Penelope senza tela, pubblicato presso la casa editrice Longo. Con Vanni Scheiwiller cura l’edizione dell’Opera in versi e in prosa dedicata a Sbarbaro e pubblicata per Garzanti nel 1985. Due anni dopo, sempre per il medesimo editore, esce il romanzo ligure Golfo del Paradiso. I suoi luoghi d’origine, Liguria e Piemonte, fanno da sfondo anche ad altri due romanzi – questa volta di stampo storico –, Tra le mura stellate (Mondadori, 1991) e Il bastardo, ovvero Gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia (Rizzoli, 1996).
Nel 1997 esce per Rizzoli Inventario, un testo dal carattere memoriale. A seguito di un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, scrive Arcadia americana, pubblicata nel 1999 sempre da Rizzoli. Continua la collaborazione con la casa editrice milanese con l’ultima raccolta di racconti, pubblicata nel 2000, l’Elogio della zucca. Tre anni più tardi, rievoca l’esperienza della Resistenza vissuta da lei e dal primo marito in un volume pubblicato con Viennepierre dal titolo Raccontiamoci com’è andata, Memoria di Emilio Lagorio e della Resistenza a Savona.
Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
La vita di Gina Lagorio, quella privata così come quella culturale, si divide tra Piemonte, Liguria e Lombardia. Dalle prime due regioni provengono i suoi maestri, coloro che rappresentano una guida non solo artistica ma anche, e forse soprattutto, morale: Fenoglio, Pavese, Barile e Sbarbaro ispirano temi di scrittura, prospettive di vita e un valore etico della letteratura intesa come un’operazione non meramente intellettualistica. A questi autori dedica studi e scritti, e la loro influenza permane sottotraccia lungo tutta la produzione letteraria di Lagorio. I due paesaggi geografici del Nord-Ovest, quello terrestre delle Langhe e quello marino ligure, si traducono nel paesaggio emotivo e psicologico peculiare della narrativa lagoriana. Il terzo polo nevralgico è sicuramente Milano, dove l’autrice tesse le principali relazioni intellettuali. Il ruolo di editor le permette di curare i contatti con gli autori che pubblicano presso Garzanti e di inserirsi nel mondo della grande editoria, sia come scrittrice sia come collaboratrice. Infatti, la maggior parte delle opere lagoriane viene pubblicata proprio nell’ambito delle case editrici milanesi (Club degli Editori, Garzanti, Mondadori, Rizzoli, Scheiwiller, ecc.). I testi riscontrano un grande successo editoriale, soprattutto tra gli anni Settanta e gli anni Novanta: numerose sono le ristampe e le riedizioni, non solo nel contesto meneghino. Il suo ricchissimo epistolario, custodito presso il Centro APICE di Milano, testimonia la fitta rete relazionale che Lagorio ha coltivato lungo tutta la sua esistenza. Tra i nomi, si ritrovano importanti personalità del campo intellettuale e culturale quali i già citati maestri Barile e Sbarbaro, Anna Banti, Alba de Céspedes, Giovanni Giudici, Mario Luzi, Nilde Jotti, Gianna Manzini, e molti altri.
Poetica e pensiero
Gina Lagorio fa dell’esperienza della Resistenza la lente con cui guardare alla sua professione di scrittrice e di intellettuale. Nei testi, l’influenza più evidente della partecipazione alla Guerra di liberazione si ha soprattutto nei primi racconti pubblicati, che risentono della stagione neorealista così come della lezione di Pavese e di Fenoglio. Anche se non presente in maniera continuativa dal punto di vista tematico, l’adesione alla lotta al fascismo emerge nel modo in cui Lagorio concepisce la visione della letteratura: fare il mestiere di scrittore è dare testimonianza e credere nella sacralità della parola, una sacralità laica che ha a che fare con un impegno civile e morale non limitato dalle dinamiche partitiche. Infatti, così come durante la Resistenza, combattuta assieme al gruppo di Giustizia e Libertà, Lagorio sceglie di non tesserarsi ad alcuno schieramento politico: «sempre più mi sono persuasa che se uno scrittore vuole essere libero non può far parte di nessuna parrocchia» (Parazzoli 1998, p. 110) – afferma. La Letteratura così come intesa dall’autrice è un modo per conoscere il mondo e una via per affermare la propria identità; dunque l’apartiticità diviene un mezzo per non vincolare la propria visione della realtà a dinamiche di potere politico. Piuttosto, giustifica e muove il mestiere dello scrittore la necessità di esporsi, di schierarsi, di difendere doveri e diritti dell’umanità. Allora, parola come garanzia di futuro ma anche come funzione memoriale che, rifacendosi alla grande stagione di impegno morale della Resistenza, custodisce viva quella speranza del domani. In questo, il legame con le origini – le Langhe e la Liguria – diviene un caposaldo nella produzione di Lagorio: tanto negli scritti narrativi quanto in quelli critici emerge il dialogo necessario con le sue geografie personali che suggeriscono ambientazioni, temi e posture etiche.
In quanto civilmente impegnata, la scrittura diviene anche un atto necessario di resistenza nel campo culturale, che il più delle volte relega le donne a un piano subordinato. La condizione femminile costituisce, infatti, uno dei cardini della riflessione di Lagorio, a cui l’autrice dedica non solo numerosi scritti giornalistici e narrativi, ma anche il proprio impegno nel far sentire la sua voce in sede parlamentare e nei programmi RAI a cui collaborava. I suoi libri raccontano di percorsi di autoaffermazione femminile tramite vicende che affrontano i grandi temi della vita: il passaggio dall’infanzia all’età adulta, l’amore, la maternità, la solitudine, il lutto. Tra le difficoltà incontrate da Lagorio in qualità di lavoratrice nel settore culturale vi è sicuramente la tensione tra la professione intellettuale e il ruolo familiare, in un continuo intrecciarsi di dimensione privata e pubblica. In merito al posto delle donne, in generale, e delle scrittrici, in particolare, Lagorio si interroga per tutta la sua vita, facendone oggetto di discussione anche negli scambi epistolari con autrici come Alba de Céspedes e Anna Banti. In questo senso i suoi romanzi presentano tratti autobiografici, nella misura in cui rispondono alla necessità di narrare argomenti e problemi che, in quanto donna, toccano la stessa autrice in prima persona. Le protagoniste dei suoi romanzi sono donne che spesso attraversano una crisi esistenziale, ma non sono mai ritratte come vittime. Piuttosto, pur nelle vicende a volte solitarie e malinconiche, Lagorio ne rappresenta la complessità individuale, la progressiva presa di coscienza e il percorso per la conquista della propria libertà.
Esiti più vicini alla scrittura diaristica si rintracciano in libri quali Inventario e Càpita, dove l’invenzione romanzesca cede il passo alla confessione, alla scrittura memoriale. In ogni caso, data la peculiare postura intellettuale di Lagorio, anche la scrittura dell’io ha la capacità di sfondare i confini dell’individualità e diventare scrittura del “noi”.
Non solo: a guidare il suo modo di fare letteratura è anche il suo amore per le altre arti, soprattutto la musica, il teatro e il cinema. Ciò è evidente nella produzione artistica degli anni Ottanta che prevede modalità di scrittura quali interventi critici riguardo le arti e testi teatrali.
Critica e ricezione
Durante gli anni della sua attività, il lavoro di Lagorio viene ampiamente riconosciuto da critici e scrittori a lei contemporanei: Bo, Toscani, Vigorelli, Manacorda, Maffia, Gioanola, Bertoni sono solo alcuni dei nomi che si sono interessati alla sua opera. Molte riflessioni vengono accolte sulle riviste «Il lettore di provincia» e «Il Ponte», con le quali Lagorio ha collaborato nel corso della sua vita. Nel 1977 Franco Mollia parla di Gina Lagorio non nei termini di un talento emergente, estemporaneo, bensì la descrive come una scrittrice attenta e la cui presenza è ormai consolidata nel campo della letteratura italiana contemporanea da molti anni. Di fatto, proprio gli anni Settanta e Ottanta sembrano segnare l’apice degli studi sull’autrice. Questi sono anche gli anni in cui ai riconoscimenti da parte della critica si aggiungono il Premio Selezione Campiello, nel 1977, per La spiaggia del lupo e il Premio Viareggio, grazie a Tosca dei gatti, nel 1984. Numerosi sono anche i premi meno noti – non solo di natura letteraria ma anche teatrale –, le candidature e le onorificenze pubbliche (si ricordi l’Ambrogino d’oro nel 2003 e, l’anno seguente, il Premio Omegna “Della Resistenza” per Raccontiamoci com’è andata).
Nonostante ciò, l’interesse della critica nei confronti di Lagorio sembra esaurirsi con la fine degli anni ’80, fatta eccezione per i riconoscimenti a seguito della sua morte. La contemporaneità più prossima, a partire dagli anni 2000 in poi, vede la pubblicazione di alcuni contributi, giornate di studi e convegni circoscritti soprattutto all’area milanese. Sebbene il Fondo Gina Lagorio venga spesso citato fra gli archivi che documentano la presenza di donne nel settore editoriale, per quanto riguarda il lavoro dell’autrice presso la Casa editrice Garzanti non risulta esserci tuttora alcuna traccia: i principali manuali di Storia dell’editoria accennano solo brevemente alla sua figura, il più delle volte per ricordare il legame matrimoniale col marito Livio Garzanti, piuttosto che per far emergere il suo ruolo effettivo all’interno dell’azienda libraria. Una lacuna ancora da colmare.
Uno sguardo all’attuale stadio della ricerca condotta su Gina Lagorio rivela non solo una tradizione critica discontinua e concentrata solo su alcuni aspetti della sua attività intellettuale, professionale e letteraria, ma soprattutto evidenzia la mancanza di uno studio critico di riferimento in chiave monografica dedicato interamente all’autrice e che ne possa riconsegnare un profilo completo in quanto soggetto attivo del Novecento.
Fondazioni e archivi
Il Centro APICE dell’Università Statale di Milano custodisce il Fondo Gina Lagorio, donato volontariamente dall’autrice nel 2005. Il fondo è costituito da tre principali serie archivistiche, “Attività letteraria”, “Attività politica e parlamentare” e “Corrispondenza”. Sebbene non esplicitamente individuate dall’autrice, le tre serie sono state ricavate seguendo l’ordine con cui Lagorio ha conservato il materiale. Infatti, è evidente che i fascicoli non si siano accumulati in maniera naturale durante i lavori: Lagorio ha volutamente strutturato il suo archivio riunendo le carte solo al termine di essi, a seguito di una selezione sistematica. Un chiaro esempio lo si trova nelle sottoserie dell’attività letteraria, in cui le carte sono distinte in base all’opera in fascicoli contenenti tutti i materiali relativi alla stessa (dunque anche rassegne stampa, recensioni, corrispondenza, …). In generale, i documenti conservati si presentano eterogenei dal punto di vista della tipologia – dattiloscritti, materiali preparatori, articoli e recensioni, rassegne stampa, ecc. – e dell’arco cronologico ricoperto. Nonostante la varietà, mancano scritti di natura privata quali diari e, inoltre, a prevalere sono i documenti sull’autrice piuttosto che quelli autoprodotti. Ciò testimonia una precisa volontà di Lagorio, ovvero quella di assicurare al futuro il quadro della sua vita pubblica e istituzionale. In quanto formatosi a seguito di un’attenta selezione degli scritti, il Fondo Gina Lagorio costituisce una memoria e un archivio essenzialmente letterari.
Opere e edizioni
– Romanzi e racconti
Le novelle di Simonetta, Milano, Ceschina, 1960.
Attila re degli Unni, Firenze, Sansoni, 1964.
Il polline, Milano, Mondadori, 1966.
Un ciclone chiamato Titti, Bologna, Cappelli, 1969.
Approssimato per difetto, Bologna, Cappelli, 1971.
Qualcosa nell’aria, Milano, Garzanti, 1975.
La spiaggia del lupo, Milano, Garzanti, 1977.
Fuori scena, Milano, Garzanti, 1979.
Schitimiro e mamma Nasella, Teramo, Lisciani & Giunti, 1980.
Approssimato per difetto, con una nota critica di Geno Pampaloni, Milano, Garzanti, 1981.
Giotto. La storia di Gesù, Milano, Garzanti/Vallardi, 1982.
Tosca dei gatti, Milano, Garzanti, 1983.
La terra negli occhi, Torino, SEI, 1984.
Elogio della zucca, Milano, Scheiwiller, 1985.
Elogio del vino, Milano, Scheiwiller, 1986.
Golfo del paradiso, Milano, Garzanti, 1987.
Approssimato per difetto a cura di Elio Gioanola, Milano, Oscar Mondadori, 1988.
Fuori scena, a cura di Mario Spinella, Milano, Garzanti, 1990.
Tra le mura stellate, Milano, Mondadori, 1991.
Il cero della Priora, Firenze, Pananti, 1993.
Il silenzio. Racconti di una vita, Milano, Mondadori, 1993.
Invito alla sosta, Milano, GRafica, 1994.
Il bastardo, ovvero Gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia, Milano, Rizzoli, 1996.
Storia di Franco e di Lavè, Torino, Il capitello, 1997.
Inventario, Milano, Rizzoli, 1997.
Arcadia americana, Milano, Rizzoli, 1999.
Raccontiamoci com’è andata. Memoria di Emilio Lagorio e della Resistenza a Savona, Milano, Viennepierre, 2003.
Càpita, Milano, Garzanti, 2005.
Approssimato per difetto, prefazione di Edith Bruck, con una nota critica di Geno Pampaloni, Milano, Garzanti, 2022.
– Testi teatrali
Dinner, «Sipario», nn. 478-479, 1988, pp. 83-93.
Freddo al cuore e altri testi teatrali, Milano, Mondadori, 1989. Contiene testi editi in rivista e inediti: Un freddo venti settembre;Intermezzo postelettorale di un chierico stanco;Dolce Susanna;Senza copione;Raccontami quella di Flic.
La memoria perduta, con i saggi introduttivi Parola e suono di Luigi Pestalozza e Elogio della memoria di Gina Lagorio, Milano, Ricordi, 1993.
– Saggi, monografie e curatele
L’epistolario di Serra, Roma, Biblioteca di «Rassegna di cultura e vita scolastica», 1966.
La figlia del farmacista,(a cura di Gina Lagorio), Firenze, Vallecchi, 1966.
La casa in collina e altri racconti (a cura di Gina Lagorio), Torino, Einaudi, 1967.
La Malora e altri racconti (a cura di Gina Lagorio), Torino, Einaudi, 1968.
La famiglia dispersa (a cura di Gina Lagorio), Milano, Mondadori, 1968.
Fenoglio, Firenze, La Nuova Italia, 1970.
Cultura e letteratura ligure del ’900, Genova, Sabatelli, 1972.
Angelo Barile e la poesia dell’intima trasparenza, Capua, L’Airone, 1973.
Sbarbaro controcorrente, Parma, Guanda, 1973.
Sui racconti di Sbarbaro, Parma, Guanda, 1973.
Beppe Fenoglio, Camposampiero, Edizioni del Noce, 1983.
Penelope senza tela. Argomenti e testi, a cura di Franco Mollia, Ravenna, Longo, 1984.
Russia oltre l’Urss, Roma, Editori Riuniti, 1989.
La stella di Cherasco, Mondovì, Boetti & C. Editori, 1990.
Il decalogo di Kieślowski. Ricreazione narrativa, Casale Monferrato, Piemme, 1992.
Il Novecento (a cura di Piero Gelli e Gina Lagorio), Milano, Garzanti, 1993.
Camillo Sbarbaro, L’opera in versi e in prosa (a cura di Gina Lagorio e Vanni Scheiwiller), Milano, Garzanti, 1995.
La linea del mare, Cultura e letteratura ligure del ’900 (a cura di Simonetta Lagorio), Milano, Viennepierre, 2010.
Parlavamo del futuro (a cura di Simonetta Lagorio), Milano, Melampo, 2011.
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Mollia Franco, La condizione di Penelope, in Penelope senza tela, Gina Lagorio, Longo Editore, Ravenna, 1984, pp. 333-370.
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