Livia De Stefani
a cura di Antonella Ippolito
Livia De Stefani (1913-1991) è stata una scrittrice e poetessa italiana.
«Le parole sono monete fuori corso, non servono più, non ci si ottiene più niente, valgono soltanto le immagini. […] Miliardi di immagini del mondo com’era prima di essere distrutto per colpa dei padri, miliardi di visioni disseminate come palline in miliardi di uomini affinché una ne rimanga, in un eventuale superstite, e da quella possa poi riprodursi ogni cosa pezzo a pezzo, parola per parola, come da un seme un albero e da quell’albero la foresta».
L. De Stefani, La signora di Cariddi
Vita e formazione
Livia De Stefani nasce a Palermo nel 1913 da una famiglia baronale e trascorre l’infanzia tra il capoluogo siciliano e Alcamo, in provincia di Trapani, dove i genitori possiedono una tenuta.
Dopo aver ricevuto inizialmente un’istruzione privataper ragioni di salute, prosegue il suo percorso scolastico fino al termine del liceo presso il palermitano Collegio Sant’Anna. A sette anni inizia a scrivere poesie, per poi contribuire con brevi testi alla rivista per bambini e ragazzi Il giornalino della domenica, diretto da Luigi Bertelli (Vamba): le doti letterarie della ragazzina sembrano però non suscitare grande attenzione in un ambiente come quello dell’aristocrazia siciliana, come ella stessa dichiarerà in seguito nel corso di alcune interviste.
A diciassette anni, Livia De Stefani conosce in occasione di un viaggio a Roma Renato Signorini, la cui famiglia è proprietaria dell’elegante Hotel Flora in via Veneto, e poco dopo lo sposa. Il matrimonio segna il definitivo distacco dalla Sicilia della futura autrice, che d’ora in poi risiederà a Roma, dove nasceranno le sue due figlie e un figlio, e ne determina l’incontro con orizzonti culturalmente più stimolanti: la vita romana le consente infatti di entrare in contatto con l’élite intellettuale degli anni Trenta, in particolare con il salotto letterario di Maria e Goffredo Bellonci. Dalla relazione con il gruppo dei cosiddetti Amici della Domenica (di cui fanno parte, tra gli altri, Carlo Emilio Gadda, Anna Banti, Alba de Céspedes, Massimo Bontempelli, Aldo Palazzeschi, Alberto Moravia, Elsa Morante, Alberto Savinio, Vitaliano Brancati) Livia De Stefani trae impulsi decisivi per il suo sviluppo artistico. L’amicizia con Alberto Savinio si rivela particolarmente significativa; è lui, infatti, a riconoscere e incoraggiare il suo talento letterario finora ignorato nell’ambiente familiare. Nell’ambiente romano, la scrittrice trascorre tutta la sua vita, affiancando la produzione di romanzi e racconti alla pubblicistica, in qualità di redattrice di elzeviri e corrispondenze dall’estero per L’ora e altre testate. Brevi soggiorni in Sicilia sono legati alla decisione di amministrare personalmente, rendendolo produttivo, una tenuta da lei ereditata in provincia di Trapani. Ciò condusse a gravi scontri con la mafia locale, che culminarono nel breve rapimento del fratello, il barone Giuseppe De Stefani: questa vicenda è narrata nel lungo racconto autobiografico postumo La mafia alle mie spalle (1991).
Livia De Stefani è morta a Roma nel 1991: di lei restano, oltre al già citato racconto autobiografico, quattro romanzi, due raccolte di racconti e due raccolte poetiche di cui una anch’essa postuma.
Attività letteraria
Livia De Stefani è autrice di una vasta produzione narrativa che comprende quattro romanzi (La vigna di uve nere, 1953; Passione di Rosa, 1958; La signora di Cariddi, 1971; La stella Assenzio, 1985) e numerosi racconti brevi e novelle, inizialmente pubblicati su giornali e riviste (L’Ora, Il giornale della domenica) e poi in parte riproposti in raccolte (Gli Affatturati, 1955; Viaggio di una sconosciuta e altri racconti, 1963). A queste opere si aggiungono alcuni testi poetici e un lungo racconto autobiografico (La mafia alle mie spalle, 1991).Dal punto di vista tematico, si tratta di testi che prendono spesso spunto dall’esperienza del mondo siciliano, rappresentato come una realtà chiusa, dai tratti arcaici e mitici, nella cui descrizione ricorrono elementi simbolici. Un ulteriore tratto distintivo della scrittura di Livia De Stefani è l’esplorazione, talvolta in toni satirici, dei meccanismi del vivere sociale. In questo senso, i testi indagano questioni legate all’identità femminile e, nell’ultima fase della sua produzione, al rapporto uomo-ambiente.
Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
I primi tentativi letterari risalgono al 1940, con la pubblicazione della plaquette lirica Preludio (sotto il nome di Livia Signorini)e del racconto Un ritorno, che comparesul giornale triestino Il Piccolo del 2 ottobre. Il vero debutto avviene però dieci anni dopo, con la raccolta di racconti Gli Affatturati, che ottiene una menzione d’onore al Premio Venezia per la narrativa inedita. Tra i membri della giuria figurano Aldo Palazzeschi e Pietro Pancrazi, entrambi in contatto con Arnoldo Mondadori, che inizia a interessarsi alla giovane autrice. L’editore si dichiara pronto ad appoggiarne la carriera letteraria, esprimendo però la propria preferenza per testi più ampi, possibilmente un romanzo. Accogliendo l’invito, Livia De Stefani scrive La vigna di uve nere.
Il testo mette in scena la tragica storia dei fratelli Nicola e Rosaria Badalamenti, i quali vengono separati alla nascita per volere del padre Casimiro e riaccolti in famiglia soltanto da adolescenti, dopo che questi è riuscito a consolidare in paese il proprio potere e prestigio. A questo punto i due ragazzi, cresciuti come estranei, quasi inconsapevolmente si innamorano. L’incesto, appena accennato, avviene in un’atmosfera di innocenza primordiale, fino al momento in cui la gravidanza di Rosaria porta alla luce l’accaduto. Di conseguenza Rosaria viene spinta da Casimiro al suicidio, mentre il fratello viene arrestato. L’attenzione diretta alle antiche tradizioni e ai costumi patriarcali, elementi caratterizzanti del contesto culturale in cui si svolge la storia narrata, come pure il chiaro riferimento alla figura del mafioso, esemplificata dal personaggio di Casimiro Badalamenti, ebbero sulla ricezione dell’opera un forte impatto, e favorirono l’interesse del pubblico internazionale: edito nel 1953, il romanzo ottiene un grande successo di critica e pubblico, raggiungendo tre edizioni nei primi tre mesi e vincendo il Premio Salento opera prima. Tra il 1954 e il 1961, viene tradotto in almeno cinque lingue e la televisione nazionale valuta la possibilità di un adattamento cinematografico con Anna Magnani come protagonista. Lo sceneggiato sarà realizzato nel 1984 con Lea Massari e Mario Adorf nei ruoli principali.
Sulla base del successo del romanzo, nel 1955 esce finalmente Gli affatturati, che l’anno successivo si aggiudica il Premio Soroptimist. Tuttavia, i rapporti tra l’autrice e Mondadori iniziano a deteriorarsi proprio in questo periodo a causa delle riserve espresse dai lettori della casa editrice (in particolare da G. Ravegnani ed E. Vittorini) riguardo a una raccolta poetica, che resterà inedita, e soprattutto del secondo romanzo, Passione di Rosa, a cui la scrittrice lavora tra il 1955 e il 1958, parallelamente alla redazione di racconti brevi ed elzeviri per alcune testate giornalistiche. La delusione di Livia De Stefani cresce di fronte all’accoglienza non entusiastica riservata dall’editore al manoscritto di Viaggio di una sconosciuta, una raccolta di novelle scritte tra il 1960 e il 1962 e pubblicata nella collana Romanzi e racconti d’oggi. A partire dagli anni ’70, la collaborazione con Mondadori si riduce alla traduzione dal francese di alcune opere del marchese de Sade, a cui la scrittrice contribuisce insieme ad altri autori. Nel frattempo continua a dedicarsi alla pubblicistica, redigendo numerosi elzeviri e corrispondenze dall’estero per L’ora e altre testate, e lavora esclusivamente per Rizzoli, con cui pubblica nel 1971 La signora di Cariddi). Dopo una pausa di oltre dieci anni, durante i quali organizza eventi culturali per Rizzoli e scrive occasionalmente per riviste, De Stefani torna alla narrativa con il romanzo La stella Assenzio, pubblicato da Vallecchi nel 1985 e da Rizzoli nel 1989, che resta l’ultimo testo di narrativa progetto per un romanzo intitolato La foresta, descritto come un’opera tragicomica e probabilmente autobiografica. Tuttavia, il testo, a cui si può ipotizzare appartengano alcuni appunti da me recentemente rinvenuti, non venne mai completato.
Poco prima della sua scomparsa, nel 1991, Livia De Stefani pubblica il lungo racconto autobiografico La mafia alle mie spalle, in cui la vicenda privata relativa all’amministrazione del feudo di famiglia viene più ampiamente contestualizzata nel sistema sociale della Sicilia del dopoguerra. In questa ottica, la mafia viene presentata in primo luogo con i tratti di una malattia congenita, di una “tabe luetica” che tormenta i siciliani come una tara ereditaria. Inoltre, il discorso sulla contingenza storica della mafia è strettamente legato alla messa in discussione delle norme e dei valori sociali patriarcali come base per la legittimazione del suo potere. L’incontro personale della scrittrice con il boss Vincenzo Rimi, che doveva servire a risolvere definitivamente la disputa sulla gestione della tenuta, diventa in definitiva una battaglia contro le leggi non scritte delle strutture di potere dominate dagli uomini e rappresenta quindi la scena centrale della narrazione.
Nel 2002 è infine uscito il volume Poesie in diesis, che raggruppa un totale di venticinque testi composti nell’arco di più di quarant’anni e caratterizzati da una qualità assai diversa dal punto di vista formale e tematico.
Poetica e pensiero
L’ambiente siciliano svolge un ruolo di primo piano all’interno della poetica di Livia De Stefani, ma la sua rappresentazione variegata mette a fuoco, volta per volta, il motivo dell’eccentricità, i rapporti di forza all’interno della società patriarcale o anche archetipi mitici. Così, le novelle de Gli affatturati mettono in scena, in un’ottica grottesco-umoristica che ricorda modelli come Brancati e Pirandello, bizzarre figure dell’aristocrazia e della piccola borghesia che cercano, ognuno in maniera diversa, un rifugio concreto o astratto in mondi illusori al di fuori della realtà e si fanno maschere dell’assurdo che permea la vita umana.
La vigna di uve nere mostra invece una stretta dipendenza dagli schemi strutturali caratteristici della tragedia classica. Ciò distrae dal livello realistico della rappresentazione, portando piuttosto all’evidenza il carattere letterario e finzionale di quanto narrato: la sequenza degli accadimenti viene messa in scena come una catena di “colpa ed espiazione” nel senso tradizionale, sovrastata dall’azione di un fatum sovrano. Il riferimento continuo al regno del soprannaturale, del magico e del misterioso ha come conseguenza il costante oscillare della narrazione tra una situazione spazio-temporale ben precisa ed un’atmosfera sacrale senza tempo. In Passione di Rosa, invece, il carattere fatale della vicenda narrata si comprende piuttosto in riferimento alle inestinguibili passioni che determinano in modo irresistibile l’agire dei protagonisti. Decisamente più marcata è, in confronto a La vigna di uve nere, la caratterizzazione realistica del testo: ne risulta uno schizzo che tenta di restituire diversi contesti spaziali e sociologici della Sicilia degli anni ’50. Questa prospettiva agisce sulle modalità espressive del romanzo che mette in scena una quantità di registri linguistici, incluse le lingue straniere, con funzione mimetica.
A partire dai racconti brevi del volume Viaggio di una sconosciuta e altri racconti, tuttavia, la Sicilia non è più l’unico scenario rappresentato. Sul modello delle pirandelliane Novelle per un anno, i testi denunciano l’ “ordinaria follia” della normalità quotidiana come tema generale. A questo scopo, si servono di uno sguardo ironico, che non di rado sfocia nel grottesco, su convenzioni sociali, ruoli e schemi di pensiero tradizionali. In questo modo, Livia De Stefani prosegue sulla linea iniziata con Gli affatturati. Il motivo dell’eccentricità ritorna, intrecciandosi con le diverse linee tematiche e stilistiche delle opere precedenti, nel terzo romanzo La signora di Cariddi, in una struttura che, all’interno dello schema narrativo del roman à éditeur, combina i tratti tipici dell’autobiografia fittizia e della scrittura aneddotica. Un’aristocratica siciliana affida dal carcere al proprio avvocato uno scritto in cui racconta gli eventi che l’hanno condotta ad uccidere il suo ultimo amante, senza però alcun fine di difesa personale, ma con lo scopo dichiarato di risalire alle cause prime della propria “letargia etica”, rintracciandone le tracce nella propria famiglia.
L’ultima opera di finzione narrativa, La stella Assenzio, si differenzia in modo evidentissimo, sia dal punto di vista formale che da quello contenutistico, dalle altre opere, andando incontro agli interessi di un pubblico socialmente impegnato: in primo piano stanno infatti gli aspetti individuali di una crisi ecologica dall’impatto generalizzato che coinvolge tutte le dimensioni della vita umana. Il ricorso all’Apocalisse biblica come Leitmotiv del racconto e modello per interpretare la realtà rappresentata serve ad esprimere una concezione dell’epoca presente come fine della storia universale: in questo senso, il titolo intertestuale rinvia alla stella che, nella visione giovannea, avvelena le acque terrestri. Il testooscilla pertanto tra finzione e autenticità dei riferimenti: da un lato, grazie alla sapiente combinazione dei riferimenti all’attualità, che corrispondono all’orizzonte di esperienze di chi legge, con eventi frutto di invenzione. La riflessione sul rapporto uomo-ambiente è inoltre estesa a rilevanti problemi sociali che, negli anni Settanta, dominavano il dibattito pubblico, quali l’influenza manipolatrice dei mass media e il consumo di droga. Parallelamente, emergono anche altri motivi di critica sociale ricorrenti che caratterizzano l’intera produzione narrativa dell’autrice: le singole vicende degli eroi romanzeschi rappresentati rimandano alla problematizzazione dei conflitti generazionali, dei ruoli di genere convenzionali e della religiosità tradizionale. All’interno di una struttura narrativa particolarmente complessa, suddivisa in molteplici livelli tra cornice e narrazione interna, il carattere finzionale del racconto viene fortemente sottolineato sia dalla caratterizzazione mitico-simbolica della costellazione dei personaggi, nella quale si riflettono gli elementi naturali, sia dalla marcata intertestualità in direzione di numerose reminiscenze religiose e letterarie. La Vigna di uve nere è stato ripubblicato nel 2010 per la ISBN edizioni; nel 2018 è uscita per la casa editrice Cliquot una nuova edizione della raccolta Viaggio di una sconosciuta e altri racconti, con prefazione di Giulia Caminito e un’appendice contenente i testi poetici.
Critica e ricezione
Paradossalmente, il successo del romanzo d’esordio di Livia De Stefani sembra aver compromesso per molto tempo una valutazione adeguata della sua personalità letteraria. L’intero universo narrativo delle varie opere è stato eccessivamente semplificato e identificato esclusivamente con i temi che caratterizzano la Vigna, trascurando altre direttrici altrettanto centrali, a eccezione di due contributi che tentano di delineare con maggiore precisione le tendenze tematiche dei romanzi (Manacorda 1967; Clementelli 1964) ed evidenziano i limiti della loro interpretazione come opere realistiche in senso tradizionale, pur sottolineandone sempre la “sicilianità”. In un capitolo di un’antologia bio-bibliografica sulle scrittrici dei Novecento siciliano, D. La Monaca approfondisce invece l’“impurità narrativa”, che, a suo dire, caratterizzerebbe sotto diversi aspetti l’intera opera di De Stefani (La Monaca 2008). Con questo termine, la studiosa si riferisce, da un lato, alla consapevole contaminazione di elementi appartenenti a diversi generi letterari e all’intreccio di registri linguistici e stilistici eterogenei, già evidente nei primi testi dell’autrice; dall’altro, alla marcata moltiplicazione delle prospettive narrative e alla giustapposizione di differenti piani temporali. Tuttavia, il fulcro della sua analisi rimane prevalentemente la dimensione tematico-contenutistica dei testi.
Solo nel 2015 è stata pubblicata una monografia specifica sull’autrice, in lingua tedesca, “La stella Assenzio“ von Livia de Stefani – Ökokritik als Endzeitmythos (Berlin: Frank & Timme 2015), di Antonella Ippolito. A partire da un’indagine approfondita dell’intera opera narrativa, il testo analizza nel dettaglio la rete intertestuale e le strategie letterarie di quello che è un vero e proprio romanzo-mito postmoderno, rivelando un potenziale comunicativo che va ben oltre l’ appello letterario a favore dell’ambiente.
Sia la critica dei paesi di lingua francese che quella anglo-americana si sono concentrate soprattutto su La vigna di uve nere. Da osservare comunque il fatto che né questo romanzo, né il resto dell’opera di De Stefani sono stati considerati all’interno di contributi pubblicati nell’ambito degli studi di genere, con l’eccezione dell’ampio studio sulle scrittrici italiane di Alba della Fazia Amoia(1992) che però si sofferma per la maggior parte, come sempre, sul primo romanzo.
Fondazioni e archivi
Ai documenti d’archivio inediti conservati presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori si sono recentemente aggiunte le carte pervenute all’Archivio della Casa internazionale delle Donne di Roma nel 2023, a seguito di atto di donazione da parte delle eredi della scrittrice.
Opere e edizioni
Preludio, Palermo, Ciuni, 1940.
La vigna di uve nere, Milano, Mondadori, 1953.
Gli affatturati, Milano, Mondadori, 1955.
Passione di Rosa, Milano, Mondadori, 1958.
Viaggio di una sconosciuta ed altri racconti, Milano, Mondadori, 1963.
La signora di Cariddi, Milano, Rizzoli, 1971.
La stella Assenzio, Firenze, Vallecchi, 1985.
La mafia alle mie spalle, Milano, Mondadori, 1991.
Poesie in diesis, a cura di Maurizio Gregorini, Roma, Ianua, 2001.
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