Tullia d’Aragona

a cura di Julia L. Hairston

Tullia d’Aragona (1501/4–1556) fu una poetessa e filosofa del Rinascimento..

«Mi preme sì l’amore e la pietade
di non lassar questo principio perso,
poi ch’io l’ho fatto, benché sien le strade
mal trovate da me del bel dir terso,
ch’io son disposta insanguinar le spade,
romper le lance e mostrarmi converso
in huomo ardito, ancor che donna io sia,
onde torno a seguir l’istoria mia».

T. d'Aragona Il Meschino, altramente detto il Guerrino, III.3

Vita e formazione
Tullia d’Aragona è stata una poetessa e filosofa del XVI secolo che pubblicò una raccolta di sonetti e un dialogo in prosa nel 1547 e un poema epico postumo nel 1561. Iniziò la sua carriera come cortigiana e, come tale, fu sia celebrata che criticata a stampa da diversi letterati.
Numerosi documenti attestano la presenza di Tullia in diverse città della penisola, tuttavia alcuni momenti della sua vita sono stati ricostruiti sulla base di testimonianze letterarie. Si ritiene che sia nata a Roma tra il 1501 e il 1505 da Giulia Pendaglia, figlia di un altrimenti sconosciuto Orsino Pendaglia di Ferrara, forse membro – naturale o legittimo – di una nobile famiglia ferrarese omonima. Sua madre compare in seguito con il cognome Campana in una tomba a pavimento nella chiesa di Sant’Agostino a Roma. Un documento senese identifica il padre di Tullia d’Aragona come Costanzo Palmieri d’Aragona, originario di Napoli; tuttavia alcuni suoi ammiratori sostennero che fosse un cardinale. Alcuni studiosi hanno identificato suo padre nel cardinale Luigi d’Aragona, nipote illegittimo di Ferdinando d’Aragona, re di Napoli. Una studiosa ha ipotizzato che il matrimonio di Giulia con Costanzo Palmieri d’Aragona possa essere stato una strategia per nascondere la relazione con il cardinale, consentendogli di continuare a frequentarla senza interferenze.

Tullia trascorse i primissimi anni della sua infanzia a Roma, ma è probabile che lei e la madre abbiano lasciato la città per Siena quando Tullia era ancora una bambina, e nel novembre del 1518 Giulia sposò Africano Orlandini, della nobile famiglia senese degli Orlandini. Probabilmente tornata a Roma entro il 1524, quando fu celebrata in due madrigali di Philippe Verdelot, Tullia vi si trovava certamente nel giugno del 1526, in compagnia del banchiere fiorentino Filippo Strozzi, come attestato dalla lettera di lui a Francesco Vettori. Il rapporto tra Tullia e Filippo Strozzi continuò per anni e trascorsero del tempo insieme in numerose città italiane fino alla morte di lui per suicidio nel 1538.
Vari testi letterari collocano d’Aragona a Venezia, sebbene non sia del tutto chiaro quando vi si trovasse – probabilmente nei primi anni Trenta del Cinquecento, forse nella primavera del 1532, come accenna Filippo Strozzi in una lettera. Tullia compare come personaggio, insieme a Bernardo Tasso, nel Dialogo d’amore di Sperone Speroni, ambientato a Venezia. Sebbene Speroni abbia presumibilmente iniziato a comporre il dialogo nel 1528, non aggiunse il nome di Tullia tra gli interlocutori se non più tardi, certamente entro il giugno del 1536, quando Pietro Aretino menziona il testo, allora circolante manoscritto, in una lettera a Speroni.

Il 10 marzo 1535 nacque Penelope d’Aragona. Gli studiosi non sono concordi nel ritenere Penelope sorella o figlia di Tullia. Sebbene una differenza d’età di venti o venticinque anni tra fratelli sia significativa, non è del tutto impossibile. Alla fine di luglio del 1535, Tullia era comunque tornata a Roma, come risulta da una lettera indirizzata a Francesco de’ Pazzi, amico e compagno di Piero Strozzi, il figlio maggiore di Filippo. Nel giugno del 1537, il recente arrivo di Tullia a Ferrara è documentato da una lettera di Battista Stabellino (che scriveva sotto lo pseudonimo di Apollo) a Isabella d’Este a Mantova. A quanto pare, Tullia era giunta a Ferrara per incontrare Filippo Strozzi, ma una volta lì ascoltò predicare il riformista Bernardino Ochino, al quale dedicò in seguito un sonetto sull’importanza del libero arbitrio. Nello stesso periodo si trovava a Ferrara per ascoltare Ochino anche Vittoria Colonna, sebbene sembri improbabile che le due donne si siano incontrate.

L’8 gennaio 1543, a Siena, Tullia sposò Silvestro Guicciardi di Ferrara. Non si sa molto altro di questa relazione, a parte un commento malizioso di Agnolo Firenzuola secondo cui Tullia avrebbe lasciato morire di fame il marito. Il matrimonio le fu tuttavia utile: lo utilizzò per esentarsi dall’obbligo di vivere nella zona destinata alle prostitute e, soprattutto, per intentare una causa contro la famiglia Orlandini, che le aveva promesso una dote decenni prima. Dal testamento di Tullia, conservato presso l’Archivio di Stato di Roma, apprendiamo che ebbe un figlio di nome Celio; tuttavia, ancora molto giovane nel 1556 e dunque affidato alle cure di Pietro Chiocca, non sappiamo tuttavia se Guicciardi ne fosse effettivamente suo padre.
Tra la fine del 1545 e l’inizio del 1546, a causa di rivolte politiche, Tullia fuggì da Siena per rifugiarsi a Firenze, presso la corte di Cosimo I. Nell’agosto del 1546 viveva in una villa appena fuori Firenze, vicino al fiume Mensola, dove riceveva numerosi visitatori, molti dei quali poeti che in seguito scambiarono con lei versi poi inclusi nella sua antologia corale. Nel 1547 fu nuovamente accusata di aver disobbedito alle leggi suntuarie. Si appellò direttamente sia a Eleonora di Toledo, duchessa di Firenze, sia a Cosimo I, che la esentò per «ricognoscere la rara scienza di poesia e filosofia». A seguito di questo episodio, Tullia pubblicò a Venezia sia il dialogo sia l’antologia corale presso Gabriele Giolito. Nell’ottobre del 1548 annunciò in una lettera a Varchi la sua partenza da Firenze. Nel 1549 è attestata la sua presenza a Roma, dove abitava nei pressi di Palazzo Carpi, vicino a monsignor Annibale Caro. Nel gennaio del 1551 Tullia scrisse a Margherita d’Austria, duchessa di Parma, chiedendole di ringraziare il cognato, il cardinale Alessandro Farnese, che le aveva concesso una pensione che le permise di abbandonare la prostituzione. La poetessa morì a Roma tra marzo e aprile del 1556. Il suo poema epico Il Meschino, altramente detto il Guerrino fu pubblicato postumo da Sessa nei primi mesi del 1561.

Attività letteraria
La prima opera pubblicata di Tullia fu probabilmente il dialogo neoplatonico Della infinità di amore, in cui si rappresenta una conversazione filosofica che si svolge nella sua casa tra lei, Benedetto Varchi e Lattanzio Benucci, alla presenza di altri uomini i cui nomi non sono registrati. L’argomento principale riguarda la natura dell’amore e, in quanto tale, il testo si inserisce in un genere letterario e in una fiorente tradizione intellettuale, propria dell’Italia del Cinquecento, dedicata alle questioni d’amore; rappresenta inoltre uno dei rari esempi, se non il primo dopo Diotima, in cui una donna partecipa attivamente a uno scambio filosofico. Il dialogo di Tullia fu pubblicato nel 1547 a Venezia da Gabriele Giolito e ristampato più volte nel corso del XVI secolo.

Il suo canzoniere, intitolato Rime della Signora Tullia di Aragona e di diversi a lei, è composto, come suggerisce il titolo stesso, da poesie – per lo più sonetti – scritte da Tullia o a lei indirizzate da numerosi letterati italiani o da membri dell’élite che frequentavano gli ambienti culturali di Firenze, Siena e Roma. Tra i corrispondenti, destinatari e dedicatori figurano Girolamo Muzio, Benedetto Varchi, Pietro Bembo, Ercole Bentivoglio, Francesco Maria Molza, Giulio Camillo Delminio, Anton Francesco Grazzini, Simone Porzio, Ludovico Martelli, Benedetto Arrighi, Bernardo Ochino, Latino Giovenale Manetti, Ugolino Martelli, nonché Cosimo I de Medici, Eleonora di Toledo, Maria Salviati de Medici e il cardinale Ippolito de’ Medici, per dare alcuni esempi. La raccolta contiene anche una lunga egloga pastorale di Girolamo Muzio che fornisce vari elementi della biografia di Tullia. Almeno dal 1535, Tullia intratteneva corrispondenze poetiche con diversi uomini e utilizzava abilmente le poesie che le venivano dedicate per costruire e consolidare la propria identità di letterata nell’Italia del XVI secolo.

L’ultima opera di Tullia è un poema epico, ancora una volta il primo del genere scritto da una donna, almeno finora a nostra conoscenza, Il Meschino, altrimenti detto il Guerrino. Per comporre il suo poema, traspose in ottave Il Guerrin Meschino, un popolare testo cavalleresco in prosa di inizio Quattrocento scritto da Andrea da Barberino. L’eroe Guerrino è un personaggio di sangue nobile, che viene catturato dai pirati da bambino e venduto come schiavo. Infine, liberato grazie alla sua prodezza militare, Guerrino intraprende famose avventure alla ricerca dei genitori, che lo conducono in varie parti d’Europa, in Turchia, Africa, India e persino nel Purgatorio e nell’Inferno. Nel creare il suo poema, Tullia arricchisce il racconto introducendo una maggiore attenzione alla vita emotiva dei personaggi e elaborando riflessioni sull’impatto che i temi discussi al Concilio di Trento ebbero sulla cultura. Il Meschino tratta argomenti di interesse per lettori contemporanei come la ricerca dell’identità personale e religiosa, la rappresentazione dell’alterità religiosa e culturale, l’omosessualità e la natura performativa dell’identità di genere. La poesia è preceduta da una breve prefazione intitolata Tullia d’Aragona a i lettori che costituisce al tempo stesso un manifesto letterario delle intenzioni dell’autrice nel comporre il poema e un significativo ego-documento.

Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
Tullia visse in diverse città nel corso della sua vita e frequentò costantemente musicisti, scrittori, intellettuali e figure politiche in ciascuna di esse – Roma, Siena, Firenze, Venezia e Ferrara. Una delle prime menzioni di lei si trova nei madrigali di Philippe Verdelot, probabilmente composti a Roma nei primi anni Venti del Cinquecento. Per tutti gli anni Trenta del Cinquecento, il suo intelletto e la sua eloquenza furono elogiati da, tra gli altri, Girolamo Muzio, Bernardo Tasso e Jacopo Nardi. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Tullia fosse il soggetto di due quadri, uno di Moretto da Brescia e l’altro di Sebastiano del Piombo (rispettivamente Biagi, poi Gianfranceschi e Lucchesi Ragni e Ramsden), ma non c’è traccia documentaria per confermare questa identificazione. Verso la fine degli anni Quaranta del Cinquecento pubblicò due sue opere – un dialogo e un libro di rime – entrambe presso la tipografia di Gabriele Giolito a Venezia, stampatore noto per la promozione delle autrici. All’epoca della pubblicazione di questi testi, viveva a Firenze. La sua ultima opera fu pubblicata postuma, sempre a Venezia, ma dai fratelli Sessa. Tullia probabilmente iniziò a lavorare al suo poema epico mentre si trovava a Firenze, ma in seguito tornò a Roma, dove morì. Claudio Renieri, figlio del poeta senese Antonio Renieri, fu responsabile della sua pubblicazione, probabilmente con l’aiuto del padre, data la sua giovane età.

Poetica e pensiero
Tullia d’Aragona scrisse e pubblicò in tre generi letterari molto diversi tra di loro: un dialogo in prosa; un canzoniere poetico; un poema epico cavalleresco.
Si presume che il dialogo Della infinità di amore sia stato pubblicato prima, un’ipotesi dovuta al fatto che era dedicato a Cosimo, e sembra probabile che Tullia abbia scelto di dedicare la sua prima opera al duca e, dopo aver adempiuto a tale obbligo, la seconda alla duchessa, cioè il suo canzoniere. In secondo luogo, in una lettera a Benedetto Varchi datata 25 agosto 1546, Tullia scrisse «ragionate alle volte con il mio dialogo», indicando che il testo era già stato in gran parte abbozzato a quella data (ovvero, un anno prima di alcune delle rime). Inoltre, c’è un riferimento interno al testo in cui Varchi dichiara di avere «pur passate le quattro decine di più di due anni», datando quindi l’ambientazione del testo (e forse anche la sua composizione?) poco oltre marzo 1545. Infine, poiché le autorità fiorentine basarono l’esenzione di Tullia dal velo giallo sul riconoscimento del suo talento nella poesia e nella filosofia, è plausibile che esistesse già una prova tangibile delle sue capacità filosofiche; avrebbe potuto essere esentata anche solo in quanto poetessa.

Uno dei maggiori promotori letterari fu Girolamo Muzio, poeta, prosatore e linguista istriano, responsabile della pubblicazione presso Gabriele Giolito nel 1547 del dialogo, a cui premette una lettera proemiale. Nella lettera, indirizzata alla «Signora Tullia», si spiega che «per modestia» l’autrice aveva attribuito alla figura femminile del testo il nome di Sabina mentre Muzio lo sostituì con quello di Tullia, ritenendo che non «bene stesse un nome finto tra due veri»; gli altri interlocutori del dialogo erano Benedetto Varchi e Lattanzio Benucci. Oltre a essere al momento il primo dialogo filosofico scritto da una donna, il testo esamina l’etica dell’amore, seguendo in parte le linee filosofiche rinascimentali dibattute da Marsilio Ficino e Leone Ebreo, ma con una novità: Tullia enfatizza il ruolo dei sensi e dell’esperienza corporea nella creazione della conoscenza, confutando così uno dei principi del Neoplatonismo.

Il secondo testo pubblicato da Tullia, ancora nel 1547 dall’editore veneziano Gabriele Giolito, fu il suo canzoniere, meglio descritto come un’antologia corale. Quest’ultima si distingue dall’antologia lirica, un genere che avrebbe avuto una diffusione ancora maggiore nel XVI secolo, per l’attribuzione a un singolo autore, anche se diversi autori possono avervi contribuito; l’antologia lirica, invece, raccoglie poesie liriche di molti autori diversi, generalmente catalogate sotto il nome del curatore. Un’altra differenza tra l’antologia corale e l’antologia lirica è di natura tematica: l’antologia corale ruota attorno a un unico tema, solitamente l’identità del suo curatore e autore, mentre quella lirica è meno vincolata e può essere ordinata, ad esempio, per area geografica o per genere degli autori. La pluralità dell’antologia corale di Tullia è evidente nel titolo stesso dell’opera: Rime della Signora Tullia di Aragona et di diversi a lei. Una novità rappresentata dal volume di Tullia è la disposizione dei sonetti di proposta e risposta l’uno accanto all’altro, così da rendere evidente sia la loro interconnessione sia lo sviluppo dell’argomento. Un altro elemento di nota è l’organizzazione del testo divisa in cinque sezioni che si sviluppano dalla presenza totale dell’autrice alla sua totale assenza: nella prima sezione Tullia scrive a una serie di altri personaggi, partendo dal duca Cosimo de’ Medici di Firenze, alla duchessa Eleonora di Toledo, al loro entourage, poi allargando a figure culturali dell’Italia intera. La seconda sezione è costruita da una proposta di Tullia seguita da una risposta dal suo interlocutore mentre la terza rovescia questo schema. La quarta sezione contiene un’egloga di Girolamo Muzio dedicata a Tirrhenia, il nome pastorale di Tullia, in cui racconta la vita della poetessa e anche le sue relazioni letterarie, sebbene sotto la maschera bucolica non sia sempre facile identificare i personaggi. La quinta sezione è composta da poesie in lode di Tullia, configurandosi come una sorta di piccolo tempio a lei dedicato, mentre la donna è del tutto assente come poetessa.

L’ultimo testo di Tullia è un poema epico che racconta le avventure di Guerrino, il Meschino, un eroe inventato da Andrea da Barberino nel suo romanzo in prosa omonimo composto negli anni Venti del Quattrocento. Nella lettera prefatoria Tullia d’Aragona a i lettori la poetessa spiega di aver trasposto in poesia questo testo «tutto castissimo, tutto puro, tutto cristiano» per fare «cosa grata et utile al mondo». La breve prefazione è al tempo stesso un importante ego-documento della scrittrice e una sorta di manifesto: sull’importanza della lettura nel formare i comportamenti, sul valore etico della poesia e sulla lingua letteraria da adottare. Mediante il poema, Tullia d’Aragona prende inoltre posizione nel dibattito tra epica e romanzo scaturito in Italia a seguito della pubblicazione dell’Orlando furioso, ponendosi come via di mezzo tra i due generi. Il poema ha per protagonista un eroe cavalleresco che si mette in viaggio (una quête, nel senso proprio del romanzo cavalleresco) alla ricerca della propria identità e dei propri genitori, spingendosi in gran parte del mondo conosciuto. Al tempo stesso Guerrino si configura come un eroe virtuoso e religioso, immune alle tentazioni della vita; alla fine del poema, deciso a ritirarsi a vita eremitica, si ammala, muore e viene assunto in cielo. Anche per questi aspetti il poema si presenta come un esempio di testo riformato secondo i dettami tridentini.

Critica e ricezione
Oltre ai numerosi letterati che riconobbero le qualità intellettuali e letterarie di Tullia durante la sua vita, la critica la include fin da subito a partire da La libraria (1550) di Anton Francesco Doni e poi via via nei principali repertori della critica letteraria italiana nei secoli successivi: Francesco Agostino Della Chiesa, Theatro delle donne letterate (1620); Giovanni Maria Crescimbeni, L’istoria della volgar poesia (1698); Giusto Fontanini, Della eloquenza italiana (1726) con le note di Apostolo Zeno; Francesco Saverio Quadrio, Della storia, e della ragione di ogni poesia (1739–44); Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli (1744–60); Giovanni Maria Mazzucchelli, Gli scrittori d’Italia (1753–63); Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana (1772–82); Pietro Leopoldo Ferri, Biblioteca italiana femminile (1842). Tutte queste opere, per la loro stessa natura, menzionano solo brevemente i testi di Tullia. Un primo significativo avanzamento negli studi si registra solo negli anni Ottanta dell’Ottocento a partire da due contributi di Salvatore Bongi (1886 e 1887), confluiti nella sua lunga voce dedicata alle Rime di Tullia nei suoi Annali di Gabriele Giolito de’ Ferrari nel 1890, e da Guido Biagi con il suo Un’etèra romana. Tullia d’Aragona (1886). Poi nel 1891 Enrico Celani pubblicò un’edizione delle rime di Tullia. Certo l’edizione di Celani stravolse notevolmente l’organizzazione del testo originale, ma questi studiosi diedero un contributo fondamentale alla riscoperta della poetessa ma anche della cortigiana, come sottolineata da Biagi e Celani fin dai loro titoli. Celani espresse tuttavia dei dubbi sull’autorialità della prefazione dei lettori del Meschino, sospetto che diede avvio nei primi decenni del Novecento a una serie di studi che mettevano in discussione l’attribuzione a Tullia di alcune sue opere, in particolare il dialogo e il poema epico. Tali diffidenze sono state riprese in tempi più recenti da Francesco Bausi (1993), Virginia Cox (2000 e 2008) e Floriana Calitti (2011 e 2020), mentre argomentazioni contrarie sono state avanzate da Julia L. Hairston (2018). Frédérique Dubard de Gaillarbois propone una posizione intermedia per quanto riguarda il dialogo.

Il testo che ha suscitato maggiore interesse negli studi recenti è il dialogo Della infinità di amore, sia da parte degli italianisti sia degli storici della filosofia. Manca ancora un’edizione critica del testo ma esistono traduzioni in varie lingue – inglese, francese, portoghese e tedesco. Tra i principali contributi si segnalano i saggi di Rinaldina Russell, Janet Smarr, Lisa Curtis-Wendlandt, Delfina Giovannozzi (2019 e 2025), Reinier Leushius, Evangelia Aikaterini Glantzi, Luca D’Ascia e Anna Laura Puliafito.
Il magnum opus di Tullia è senz’altro il suo poema, scritto probabilmente negli ultimi dieci anni di vita e pubblicato postumo – Il Meschino, altramente detto il Guerrino. Un’edizione critica con una traduzione in inglese è uscita nel 2025; in precedenza si segnalano contributi di Gloria Allaire, John C. McLucas, Giulia Corsalini e Julia L. Hairston. Più recentemente si aggiungono due interventi di Nacéra Guenfoud-Sairou.

Opere e edizioni
Dialogo dell’infinità d’amore
Dialogo della signora Tullia d’Aragona della infinità di amore, Venezia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, 1547.
Venezia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, et fratelli, 1552.
Della infinità d’amore. Dialogo di Tullia d’Aragona, colla vita scritta da Alessandro Zilioli, Milano, G. Daelli e C. Editori, 1864 (ristampa anastatica: Forni, Bologna, 1974; La vita felice, Milano, 2007).
Dialogo della infinità di amore, in Trattati d’amore del Cinquecento, a cura di Giuseppe Zonta, Bari, Laterza, 1912, pp. 185–248.
De l’infinité d’amour, trad. di Yves Hersant, Paris, Éditions Payot & Rivages, 1997.
Dialogue on the Infinity of Love, trad. di Rinaldina Russell e Bruce Merry, Chicago, University of Chicago Press, 1997.
Dialog über die Unendlichkeit der Liebe, a cura di Ursula Konnertz, trad. di Martin Haag, Tübingen, Diskord, 1988.
Sobre a Infinidade Do Amor, trad. di Karina Jannini, São Paulo, Martins Fontes, 2001.

Rime
Rime della Signora Tullia di Aragona; et di diversi a lei, Venezia, Gabriele Giolito, 1547.
Di novo ristampate et in piu luoghi corrette, Venezia, Gabriele Giolito, 1549.
Nuovamente corrette et ristampate, Venezia, Gabriele Giolito de’ Ferrari, 1560.
Rime della Sig. Tullia d’Aragona, e di diversi a lei, Napoli, Antonio Bulifon, 1693.
Le rime di Tullia d’Aragona cortigiana del secolo XVI, a cura di Enrico Celani, Bologna, Commissione per i testi di lingua, 1968 [1891].
Sweet Fire: Tullia d’Aragona’s Poetry of Dialogue & Selected Prose, trad. e a cura di Elizabeth A. Pallitto, New York, George Braziller, 2005.
The Poems and Letters of Tullia d’Aragona and Others: A Bilingual Edition, trad. e a cura di Julia L. Hairston, Toronto, Iter and Centre for Reformation and Renaissance Studies, 2014.

Il Meschino, altramente detto il Guerrino
Il Meschino, altramente detto il Guerrino. Fatto in ottava rima dalla signora Tullia d’Aragona, Venezia, G. B. and M. Sessa, 1560 [1561].
Il Meschino detto il Guerrino, a cura di Francesco Zanotto, vol. 5 di 12, Venezia, Giuseppe Antonelli, 1839.
The Wretch, Otherwise Known as Guerrino: A Bilingual Edition, trad. da John C. McLucas, a cura di con un’introduzione critica di Julia L. Hairston, annotate da Julia L. Hairston e John C. McLucas, New York, Iter Press, 2025.

Miscellanee antiche e moderne
Libro primo delle rime spirituali, parte nuovamente raccolte da più autori, parte non più date in luce, Venezia, Segno della Speranza, 1550, c. 40r.
Il sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori, nuovamente raccolte et mandate in luce, con un discorso di Girolamo Ruscelli, Venezia, Segno del Pozzo, 1553, cc. 182r–183r.
Rime di diversi, et eccellenti autori. Raccolte da i libri da noi altre volte impressi, tra le quali se ne leggono molte non piu vedute, di nuovo ricorrette e ristampate, Venezia, Gabriel Giolito de’ Ferrari, et fratelli, 1556, p. 300.
Il primo volume delle rime scelte di diversi autori, di nuovo corrette e ristampate. Aggiuntevi molti sonetti nel secondo volume, Venezia, Giolito, 1586, p. 306.
Salza Abdelkader, «I lamenti di Pasquino», in Scritti varii di erudizione e di critica in onore di Rodolfo Renier, Torino, Bocca, 1912, pp. 795–826.
Tomassetti Francesco, Nozze di donna Sveva Vittoria Colonna con don Alfonso Falcò Principe Pio: 31 dicembre 1932, Roma, Castaldi, 1932.
Ballistreri Gianni, Una corrispondenza poetica di Tullia d’Aragona, «Il Mamiani. Annali del Liceo-Ginnasio Statale Terenzio Mamiani», 3, 1968, pp. 3-15.
Baernstein P. Renée, Hairston Julia L., «Tullia d’Aragona: Two New Sonnets», «MLN» 123, 2008, pp. 151-159.

Lettere
Biagi Guido, Un’etèra romana. Tullia d’Aragona, «Nuova antologia», serie III, vol. 4, n. 16, 1886, pp. 655-711 (edizione riveduta e corretta, in Fiorenza, fior che sempre rinnovella: quadri e figure di vita fiorentina, Firenze, Battistelli, 1925, pp. 137-261).

Bibliografia
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Bausi Francesco, «Con agra zampogna». Tullia d’Aragona a Firenze (1545-48), «Schede umanistiche», n. 2 n.s., 1993, pp. 61-91.
Biagi Guido, Un’etèra romana. Tullia d’Aragona, «Nuova antologia», serie III, vol. 4, n. 16, 1886, pp. 655-711.
Bongi Salvatore, Il velo giallo di Tullia d’Aragona, «Rivista critica della letteratura italiana», vol. III, n. 3, 1886, pp. 85-95.
Bongi Salvatore, Documenti senesi su Tullia d’Aragona, «Rivista critica della letteratura italiana», vol IV, n. 6, 1887, pp. 186-88.
Bongi Salvatore, Rime della Signora Tullia di Aragona; et di diversi a lei, in Annali di Gabriel Giolito de’ Ferrari, a cura di Salvatore Bongi, Roma, Principali Librai, 1890, vol. 1, pp. 150-99.
Calitti Floriana, Un caso di studio: le opere di Tullia d’Aragona tra filologia e studi di genere, «Schifanoia», n. 1/2, 2020, pp. 183-90.
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D’Ascia Luca, Ermafrodito amoroso e ragione senza genere: Tullia d’Aragona e Benedetto Varchi nel Dialogo dell’infinità d’amore, «SigMa. Rivista di Letterature comparate, Teatro e Arti dello spettacolo», n. 4, 2020, pp. 461-505.
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Favaro Maiko, L’auctoritas di Petrarca e la lontananza dell’amante: il caso del Dialogo d’amore (1588) di Cornelio Frangipane, in Interdisciplinarità del Petrarchismo. Prospettive di ricerca fra Italia e Germania, a cura di Maiko Favaro e Bernhard Huss, Firenze, Leo S. Olschki, 2018, pp. 17-33.
Favaro Maiko, Un’autorità valida per tesi opposte: Petrarca nel Dialogo d’amore di Cornelio Frangipane, in Ambiguità del petrarchismo: un percorso fra trattati d’amore, lettere e templi di rime, Milano, Franco Angeli, 2021.
Gianfranceschi Ida, Lucchesi Ragni Elena, Tullia von Aragon, in Vittoria Colonna: Dichterin und Muse Michelangelos, a cura di Sylvia Ferino Pagden, Milano, Skira, 1997.
Gibson Joan, The Logic of Chastity: Women, Sex, and the History of Philosophy in the Early Modern Period, «Hypatia», vol. 21, n. 4, 2006, pp. 1-19.
Giovannozzi Delfina, Procedere aristotelico per approdi platonici. Il Dialogo della infinità di amore di Tullia d’Aragona, in Filosofe e scienziate in età moderna, a cura di Sandra Plastina e Emilio Maria De Tommaso, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2019, pp. 15-27.
Giovannozzi Delfina, «Favellar d’amore». Nell’agone dialettico del Dialogo della Infinità di amore di Tullia d’Aragona, in Pensée et écritures féminines en Europe au début de la modernité = Pensiero e scritture femminili in Europa all’inizio della modernità, a cura di Maria Teresa Ricci e Sandra Plastina, Turnhout, Brepols, 2025, pp. 77-93.
Glantzi Evangelia Aikaterini, Gender and Equality between Women and Men in Tullia d’Aragona’s Dialogue on the Infinity of Love, in Women, Philosophy and Science: Italy and Early Modern Europe, a cura di Sabrina Ebbersmeyer e Gianni Paganini, Cham, Springer, 2020.
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Autrice Aragona Tullia
Secolo XVI
Genere letterario Poesia
Testi digitali Libro antico