Veronica Gambara

a cura di Maria Chiara Tarsi

Veronica Gambara (1485-1550) è stata una poetessa italiana del Rinascimento

Occhi lucenti e belli:
come esser può ch’in un medesmo instante
nascan da voi sì nove forme e tante?
Lieti, mesti, superbi, umili, alteri
vi mostrate in un punto, onde di speme
e di timor m’empiete
e tanti effetti dolci, acerbi, e feri
nel cor arso per voi vengono insieme
ad ogn’or che volete.

V. Gambara, Le rime

Vita e formazione
Veronica Gambara nacque a Pralboino, nei pressi di Brescia, alla fine di novembre 1485; il padre era il conte Gianfrancesco Gambara, la madre Alda Pio apparteneva alla nobile famiglia dei Pio di Carpi. Si hanno scarse notizie sulla sua infanzia e pochi particolari sulla sua educazione, che comunque dovette prevedere l’apprendimento del latino, ma probabilmente non quello del greco; poco fondata sembra anche la notizia di studi filosofici, come riportato da alcuni biografi, secondo i quali Gambara sarebbe arrivata addirittura a conseguire il dottorato. Nel complesso, comunque, Veronica dovette ricevere un’ottima educazione umanistica, da cui derivò anche un precoce interesse per la poesia e l’esercizio poetico: se al 1505 risale la pubblicazione di un componimento (n. 10 dell’ed. Bullock) nelle Frottole. Libro quinto, Venezia, O. Petrucci, 1505, già una lettera di Pietro Bembo del settembre 1504 informa di alcuni versi che la giovane gli aveva inviato.

Nel 1507 sposò per procura il conte Giberto X da Correggio, vedovo di Violante Pico e privo di discendenza maschile: fu certamente l’evento più importante della vita di Gambara. Comunque, poiché Giberto era consanguineo di Veronica (le rispettive madri erano cugine di secondo grado), si dovette attendere la dispensa papale, emessa nell’ottobre 1508. L’anno seguente Veronica si stabilì a Correggio, dove nacquero i figli Ippolito (battezzato nel gennaio 1510; i padrini furono il cardinale Ippolito d’Este e Isabella d’Este) e Girolamo (battezzato nel febbraio 1511). Nel dicembre 1511, trovandosi a Brescia per i funerali del padre, Veronica scampò fortunosamente alla furia dei rivoltosi, ribellatisi al dominio francese e alla stessa famiglia Gambara, che li appoggiava. Fu costretta a restare nel castello di famiglia insieme ai figli piccoli fino all’intervento di Gastone de Foix, che domò la rivolta, e al cosiddetto ‘sacco di Brescia’ (18 febbraio 1512). Il legame con la Francia, sia dei Gambara che dei Correggio, non si interruppe e nel 1515, in occasione dell’incontro fra papa Leone X e il re di Francia Francesco I, Veronica accompagnò il marito Giberto a Bologna. Il 26 agosto 1518 Giberto morì e Gambara decise di non contrarre un nuovo matrimonio: negli anni avrebbe rivelato ottime capacità di amministratrice del patrimonio di famiglia. Tutrice della prole, comprese le due figlie di primo letto del marito, Gambara seppe infatti condurre una gestione della politica familiare molto accorta: mentre il primogenito Ippolito fu avviato alla carriera militare (sarebbe diventato ufficiale dell’esercito imperiale), il secondogenito Girolamo intraprese la carriera ecclesiastica (fino a diventare cardinale nel 1561); il fratello Uberto, da tempo strettamente legato a casa Farnese e uomo di fiducia di Paolo III, che ambiva alla porpora già dal 1529, avrebbe ottenuto il titolo cardinalizio nel 1539. Veronica si dimostrò capace anche di un’intelligente e lungimirante lettura del contesto politico: consapevole della necessità di una fitta rete di alleanze per garantire alla piccola contea di Correggio la sua indipendenza, seppe condurre un’abile strategia di avvicinamento alla parte imperiale, con l’abbandono del tradizionale orientamento filofrancese (nel 1520 il feudo ricevette così una nuova investitura da Carlo V).

In occasione dell’incontro fra Clemente VII e Carlo V, nel 1529 Gambara si trasferì a Bologna, che allora era governata dallo zio Uberto e dove risiedeva il fratello Brunoro. Qui allestì con grande sfarzo la propria dimora, in cui si incontravano i poeti e i letterati più celebri del tempo (Bembo, Trissino, Molza, Cappello). Lei stessa, d’altra parte, aveva ormai acquisito una solida fama come poetessa. Gambara avrebbe poi ricordato con nostalgia il soggiorno bolognese. Tornata a Correggio, nel marzo 1530 ospitò l’imperatore di ritorno in Germania nel suo casino suburbano (fatto edificare da Nicolò II da Correggio e, secondo la tradizione, impreziosito da alcuni affreschi di Antonio Allegri); anche nel gennaio 1533, quando tornò in Italia, Carlo V decise di sostare nuovamente presso la residenza di campagna della poetessa. Si trattò di segni tangibili e importanti del favore imperiale che Gambara aveva saputo ottenere con la sua sagace strategia di governo.

Negli anni seguenti sembra che Veronica sia rimasta stabilmente a Correggio: dall’epistolario siamo informati solo di alcuni brevi soggiorni a Bologna, di un viaggio a Verolanuova (ne resta traccia anche in alcune rime) e di un breve soggiorno a Venezia nel giugno 1533. Nel 1538 Galeotto Pico invase la contea di Correggio: grazie ai buoni rapporti con Carlo V e con il papa Paolo III, Veronica poté rivendicare i propri diritti e mantenere il controllo del piccolo Stato, il cui governo pochi anni dopo fu affidato al figlio Ippolito. Poté così dedicarsi, secondo un desiderio che emerge in molte sue lettere, ad una vita più tranquilla, soggiornando preferibilmente nel casino suburbano. Compì un ultimo viaggio a Mantova in occasione delle nozze di Francesco III Gonzaga con Caterina d’Asburgo, nel 1549, e morì a Correggio nel 1550. Fu sepolta accanto al marito nella chiesa di S. Domenico, mausoleo dei Correggio.

Attività letteraria
Gambara, che pure si dedicò alla poesia fin da giovane in maniera non occasionale, non si preoccupò di dare una sistemazione organica ai suoi versi, di cui non restano attestazioni autografe: la circolazione di alcune rime fu però garantita dall’inserimento in numerose antologie poetiche già a partire dal 1505. Solo a metà Settecento fu procurata un’edizione complessiva delle rime e delle lettere, per le cure di Felice Rizzardi (Brescia, 1759). Tale edizione è rimasta a lungo il testo di riferimento, fino all’edizione critica di Alan Bullock, in cui il numero totale dei componimenti ammonta a 67 e in cui, in mancanza di un disegno d’autore, le rime sono disposte secondo un criterio tematico. Oltre a una riconsiderazione della tradizione testuale, si avverte oggi la necessità (come d’altra parte per la grande maggioranza delle autrici, non solo cinquecentesche) di un commento dei testi: recente l’edizione commentata, ma solo parziale, di Bianchi.

Luoghi di produzione e relazioni intellettuali
Anche in virtù del ruolo politico che soprattutto dal 1508 si trovò a esercitare, Veronica intrattenne rapporti con personalità di varia caratura, che i carteggi superstiti (a oggi sono circa 170 le lettere rintracciate) probabilmente restituiscono solo in minima parte.
Gambara intrecciò una fitta rete di relazioni anche con i maggiori letterati del tempo: anche in questo caso, purtroppo, la dispersione delle lettere permette di ricostruire solo in minima parte gli scambi epistolari. Come per le rime, infatti, Gambara non si preoccupò di raccogliere le proprie lettere in vista di una raccolta organica. Alcune lettere furono pubblicate in miscellanee cinquecentesche, ma la maggior parte rimase inedita fino all’edizione settecentesca a cura di Rizzardi, che rappresenta tuttora il testo di riferimento, ma che studi successivi (già a partire dall’Ottocento) hanno integrato accrescendo il corpus.

Oltre che con membri della casa Gonzaga, con Ottavio Farnese e con il cardinale Niccolò Ridolfi, Gambara fu in relazione epistolare con Isabella d’Este: è anzi probabile l’esistenza di carteggi con membri della famiglia d’Este, con la quale Gambara intrattenne sicuramente relazioni piuttosto strette (il cardinale Ippolito tenne a battesimo il primo figlio della Gambara). Dense di informazioni sono le numerose lettere ‘di negozi’ indirizzate al conte bolognese Ludovico Rossi e ad Agostino Ercolani, esponente della nobile famiglia bolognese. Per quanto riguarda il coté più propriamente letterario, Veronica fu in rapporto epistolare con Vittoria Colonna, Pietro Aretino, Francesco Maria Molza, Gian Giorgio Trissino, Bernardo Tasso, Lodovico Dolce, probabilmente con Bernardo Cappello e con Giulio Camillo Delminio. Le perdite maggiori riguardano forse il carteggio con Pietro Bembo: le lettere superstiti lasciano infatti pensare che lo scambio sia stato più fitto di quanto appaia dai materiali a noi finora noti. Anche se non ne resta traccia, Gambara fu forse in corrispondenza anche con Jacopo Sannazaro, per la cui morte compose due liriche, solo recentemente individuate.
Alcune lettere più tarde, degli anni Quaranta, riguardano questioni religiose: poiché in esse, oltre a prendere posizione contro Bernardino Ochino, la poetessa chiede ripetutamente notizie sul concilio, è stato ipotizzato che siano andati perduti diversi carteggi inerenti questi temi, ad esempio con informatori presso la corte di Parma.

Nel complesso i carteggi di Gambara si rivelano di grande interesse, oltre che come documenti storici, anche dal punto di vista retorico, offrendo un buon ventaglio di opzioni di ‘genere’, con le relative implicazioni a livello di scelte stilistiche. Si passa così dalla lettera privata e domestica a quella di ‘negozio’, infine a quella ufficiale o ‘politica’, con ulteriori possibili gradazioni. Soprattutto con gli interlocutori più familiari il tono è franco, e rivela una personalità forte e ‘libera’, attivamente coinvolta nella realtà in cui visse. Va comunque sottolineata la capacità di Veronica di mantenere sempre una propria personalità di scrittura: poco incline alla leziosità, sobria e concreta, vivace, decisa e a tratti anche secca, ma sempre stilisticamente sorvegliata.

Poetica e pensiero
La poesia di Gambara si inserisce a pieno titolo nel petrarchismo di marca bembesca, di cui ripropone temi e stilemi ben collaudati, ma filtrandoli attraverso una sensibilità personale. Gran parte delle sue rime sono di tema amoroso, declinato semmai in una chiave sobriamente intimista ed ‘elegiaca’: notevole l’insistenza sulla sofferenza dell’amante, eventualmente attenuata dalla contemplazione degli occhi dell’amato (nn. 20-23), vero e proprio topos lirico tuttavia rivisitato da Gambara in una chiave che esclude qualsiasi finalità di elevazione spirituale.
Non mancano liriche d’occasione, legate all’attualità o destinate a vari personaggi con cui la poetessa fu in relazione. Se una dimensione pubblica ha certamente l’omaggio al fratello Brunoro per il suo matrimonio con Virginia Pallavicini (n. 35), una dimensione spiccatamente politica hanno i sonetti dedicati a Carlo V (nn. 40, 44-48) e ad Alfonso d’Avalos (nn. 32-34), che rivestono un’evidente funzione strumentale nell’esprimere una precisa scelta di campo per il ‘partito’ ghibellino. Quelli all’imperatore, in particolare, formano un gruppo compatto, una sorta di ‘microcanzoniere’, all’interno del quale è possibile riconoscere un’articolazione abbastanza chiara che l’edizione moderna permette di riconoscere solo in parte. Sullo stesso piano si pongono i sonetti per Paolo III (nn. 59, 61).

Fra i sonetti di corrispondenza spiccano quelli per Bembo (nn. 15, 36), a cui si aggiungono quello in morte della Morosina (n. 51) e in morte dello stesso Bembo (nn. 63-65), che rivelano un’ammirazione e un affetto senz’altro sinceri. Altri scambi si spiegano piuttosto con l’esigenza di mantenere vive importanti relazioni letterarie, come nel caso di Aretino (sonetto per Angela Tornibeni, n. 50) e di Dolce.
Una dimensione più intima hanno le poche liriche in cui la contemplazione della natura, mai fine a se stessa, importa soprattutto perché acuisce il contrasto fra vita attiva e vita contemplativa, motivo certamente tradizionale, ma vissuto con particolare intensità dalla poetessa (come mostrano anche diverse sue lettere).

Infine, alcune rime sono di argomento ‘spirituale’ (nn. 55-58): esse testimoniano la capacità di Gambara di mantenersi aggiornata sugli orientamenti e le tendenze della lirica contemporanea, e tuttavia nascono da un’autentica ispirazione religiosa. Il sonetto sulla predestinazione (n. 57), in particolare, rivela una buona sensibilità verso temi assai delicati e verso le istanze riformatrici che allora animavano il dibattito religioso ed ecclesiale. È probabile, d’altra parte, che negli ultimi anni, soprattutto quando poté lasciare il governo della piccola contea nelle mani del figlio, Gambara si sia dedicata a letture sacre.
Per quanto riguarda le forme metriche, si tratta in gran parte di sonetti; compaiono tuttavia anche stanze, frottole, un madrigale; del tutto assenti invece le canzoni.

Critica e ricezione
Numerose sono le attestazioni di stima dei contemporanei nei riguardi di Gambara: per qualche decennio, anzi, la poetessa fu soggetta a un processo di ‘canonizzazione’ insieme a Vittoria Colonna, prima che il primato di quest’ultima si imponesse definitivamente. Così, dopo l’omaggio di Ariosto (Orl. fur. XLVI iii, 7-8), nel 1560 Bernardo Tasso poteva celebrare l’una accanto all’altra la Marchesa e la signora di Correggio, mentre solo un anno prima, nel 1559, nella prima antologia dedicata esclusivamente alla lirica femminile (Rime diverse d’alcune nobilissime, et virtuosissime donne) il curatore Lodovico Domenichi si rivolgeva a Chiara Matraini abbinando «la gran Colonna in cui Roma s’appoggia» a «l’altra saggia, ch’ebbe già cor regio / e fu ben veramente unica e sola». D’altronde la sovrapposizione delle due figure è confermata anche dalla tradizione sia manoscritta sia a stampa dei loro testi, oltre che dalla loro costante presenza nella serie delle antologie giolitine.

Un discreto numero di poesie di Gambara fu pubblicato in numerose miscellanee del XVI secolo, mentre nel Settecento sue liriche furono comprese nell’antologia Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo raccolte curata da Luisa Bergalli (1726).
La prima edizione autonoma di testi gambariani è quella, già ricordata, a cura di Rizzardi (1759), che comprendeva 42 componimenti; fu seguita da due edizioni ottocentesche (1879 e 1880), che incrementarono di non molto il corpus stabilito dall’editore settecentesco. Nell’edizione critica moderna, che per la prima volta ricostruisce la complessa vicenda editoriale delle liriche, il numero di testi è fissato a 67.

L’interesse novecentesco per le rime di Gambara si è ridestato soprattutto in seguito al convegno del 1985 (Veronica Gambara e la poesia nell’Italia settentrionale); da allora la bibliografia critica, incentrata quasi esclusivamente sulla produzione lirica, si è arricchita di significative messe a fuoco, ma rimane del tutto insoddisfacente la situazione testuale sia delle rime che delle lettere.

Opere ed edizioni
Rime e lettere di Veronica Gambara raccolte da Felice Rizzardi, Brescia, Dalle stampe di Gianmaria Rizzardi, 1759.
Rime e lettere, a cura di Pia Mestica Chiappetti, Firenze, Barbera, 1879.
Rime e lettere, nuovamente pubblicate e annotate per cura d’un Trentino, Torino, Tipografia e Libreria Salesiana, 1880.
Le rime, a cura di Alan Bullock, Olschki, Firenze, 1995.

Miscellanee antiche e moderne
Rime diverse d’alcune nobilissime, et virtuosissime donne raccolte per M. Lodovico Domenichi, in Lucca per Vincenzo Busdraghi, 1559.
Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo raccolte, Venezia, presso Antonio Mora, 1726 (ristampa anastatica con una nota critica e bibliografica di Adriana Chemello, Mirano, Eidos, 2006).
Liriche del Cinquecento, a cura di Monica Farnetti e Laura Fortini, Roma, Iacobelli, 2014Rime d’amore, a cura di Stefano Bianchi, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2024.

Bibliografia
Andreani Veronica, Veronica Gambara, in Autografi dei letterati italiani. Il Cinquecento, vol. III, a cura di Matteo Motolose, Paolo Procaccioli, Emilio Russo, Roma, Salerno ed., 2022, pp. 239-249.
Andreani Veronica, Le lettere di Veronica Gambara tra manoscritti e stampe: auspici per la riapertura di un cantiere, in Scrivere «a ventura» o «col compasso». Le lettere degli scrittori del primo Cinquecento, a cura di Veronica Andreani e Veronica Copello, Pisa, Edizioni della Normale, 2024, pp. 73-104.
Andreani Veronica, Veronica Gambara e il cardinale Niccolò Ridolfi: notizie dall’epistolario della poetessa, in Rinascimento epistolare al femminile, a cura di Sara Giovine, Firenze, Cesati, 2025, pp. 85-98.
Bettoni Anna, Il sonetto di Veronica Gambara sulla predestinazione in Du Bellay, «Italique», n. 5, 2002, pp. 33-52.
Bianchi Stefano, Veronica Gambara, in Poetesse italiane del Cinquecento, a cura di Stefano Bianchi, Milano, Mondadori, 2003, pp. 3-25.
Bianchi Stefano, Le rime e le lettere di Veronica Gambara e l’edizione bresciana del 1759, «Critica letteraria», XLVI, 2018, pp. 423-448.
Bianchi Stefano, Veronica Gambara e un sonetto per Angela Serena inviato a Pietro Aretino, «Esperienze letterarie», n. 3, 2018, pp. 27-36.
Bozzetti Cesare, Gibellini Pietro, Sandal Ennio (a cura di), Veronica Gambara e la poesia del suo tempo nell’Italia settentrionale, Firenze, Olschki, 1989.
Cingolani Gabriele, Su uno scambio di sonetti fra Giulio Camillo e Veronica Gambara, in Il petrarchismo. Un modello di poesia per l’Europa, II, a cura di Floriana Calitti e Roberto Gigliucci, Roma, Bulzoni, 2006, pp. 349-364
Crivelli Tatiana, L’immagine di sé negli occhi dell’amato: per una lettura del canzoniere di Veronica Gambara, in ‘Pigliare la golpe e il leone’. Studi rinascimentali in onore di J.J. Marchand, Roma, Salerno ed., 2008, pp. 203-223.
Fortini Laura, Veronica Gambara, in Liriche del Cinquecento, a cura di Monica Farnetti e Laura Fortini, Roma, Iacobelli, 2014, pp. 25-62 (con una scelta di testi commentati).
Fortini Laura, Veronica Gambara o del corrispondersi in prosa e in versi, in Scrivere lettere nel Cinquecento, a cura di Laura Fortini, G. Izzi, C. Ranieri, Edizioni di Storia e letteratura, Roma, 2016, pp. 73-93.
Russell Rinaldina, Veronica Gambara, in Italian women writers. A bio-bibliographical sourcebook, a cura di Rinaldina Russell, Westport-London, Greenwood Press, 1994, pp. 145-153.
Pertile Lino, Un «roco» sonetto per Veronica. Come nasce il CXXIII delle «Rime» di Pietro Bembo, «Italique», n. 1, 1998, pp. 7-24.
Pignatti Franco, Gambara, Veronica, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, vol. 52, 1999, pp. 68-71.
Pizzagalli Daniela, La signora della poesia: vita e passioni di Veronica Gambara, artista del Rinascimento, Milano, Rizzoli, 2004.
Tarsi Maria Chiara, Una poetessa nella Milano di primo Cinquecento: Camilla Scarampi (e di un sonetto conteso a Veronica Gambara), «Giornale Storico della Letteratura italiana», fasc. 639, 2015, pp. 414-451.
Toscano Tobia R., Perduti e ritrovati. Per una giusta paternità. Su Veronica Gambara, Vittoria Colonna e Iacopo Sannazaro, «Critica letteraria», n. 190, 2021, pp. 31-58


Autrice Gambara Veronica
Secolo XVI
Genere letterario Poesia
Testi digitali Libro antico